Nuovo indirizzo web del blog!

Lo spazio disponibile su questo indirizzo web è ormai saturo, per chi ha voglia di continuare a seguirmi nel mio block notes eno-gastronomico, questo è il nuovo indirizzo:

 

http://grappolospargoloo.spazioblog.it/

 

Cla.

 

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Una Bugia lunga 3 giorni!

Toscana IGT Bugia 2009 – Testamatta

 

Che i vini di Bibi Graetz, siano fatti per stupire c’è poco da discuterne, ma scoprire che cosa ci sia dietro al nome di questo bianco prodotto con uve Ansonica presso l’isola del Giglio con vigne di circa ottant’anni lavorate da contadini locali sotto la direzione dello stesso Bibi è un mistero che solo lui potrebbe svelare.

Io però mi sono fatto una mia idea o almeno posso raccontare quello che mi ha suscitato nel bere la stessa boccia, targata 2009, in tre giorni diversi.

 

Primo giorno:

Stappo al buio a temperatura di servizio leggermente alta (16°), vino affascinante nel colore per quel suo giallo paglierino con riflessi verdognoli e sfumature dorate, naso muto, antipatico, ristroso, scostante, molto lontane e vaghe sensazioni floreali (fiori di cappero, cardo) e di spezie mediterranee (origano fresco) e poi ancor più recalcitrante al sorso: salato, caldo con una acidità poco tagliente e rinvigorente…diciamo una bevuta giocata tutto sul ‘detto non detto’.

 

Secondo giorno:

Dopo circa 36 ore di frigo la bottiglia ormai scoperta e piena per 2/3 conserva, una volta versata nel bicchiere, un colore molto luminoso, l’approccio olfattivo varia di poco, nel senso che è ancora un naso da rincorrere dentro una grotta tufacea vicino al mare, ma è decisamente più complesso: iodio, salgemma, ancora cappero fresco, erba limoncella. Al gusto esprime grande complessità (temperatura di 13/14°), salinità e alcolicità si fondono alla molto bene e una acidità lattica (tonda) a braccetto con i polialcoli è in grado di conferire corpo al sorso…persistenza in un continuo crescendo.

Non convinto della capacità di questo bicchiere di essere abbinato al cibo per una acidità smussata dal legno di affinamento, lo provo con della pancetta arrotolata tagliata a stringhe e vi assicuro non c’è stata storia…the winner is: The Wine!

 

Terzo giorno:

Restano 3 dita di boccia e non voglio lasciare solo uno sgombro sfilettato, grigliato e avvolto in fette sottili di melanzane lunghe appena fritte condite con menta secca e sale grosso, ormai il calice e il suo contenuto paglierino della bottiglia di Bibi Graetz fanno parte della famiglia, del tipo ci davamo del ‘TU’, ma anche perchè era diventato un sorso familiare, altro che restio, si esprime al naso e in bocca delicato e marino, complesso e sottile pieno di infinite sfaccettature, due sorsi ed è finito, temperatura ideale di consumo, statisticamente provato 14°, ma necessita di giusta ossigenazione per almento 1 ora per esprimersi al meglio!

 

Conclusioni:

Bugia è un bel pò caro (30 euro!) per la tipologia (Ansonica= Inzolia), ma è il quid in più dei vini Testamatta, per chi se li può permettere.

Vabbè è un vino non proprio immediato, da vigne vecchie, coltivato all’antica e vinificato con i controc…, affinato un bel pò in legno prima di essere commercializzato. Lo vedo molto poco in grado di emergere in concorsi e in batterie al buio rispetto a vini più diretti ed estroversi e molto più a far discutere a tavola i classici ‘flippati del bicchiere’ per ore e ore, naturalmente ognuno facendosi raccontare la sua MENZOGNA purchè non si è amanti esclusivi delle verticali acidità da Chablis!!!

 

Cla.   

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Stravanti equilibri geometrici

Millefoglie di zucchine, patate e leccia stella su croccante di pane di kamut e concentrato di datteri e nocciole 

 

Cavolo ma perchè per fare le cose semplici ci si deve esibire in competizioni da ristorante stellato? Forse perchè ognuno nel suo piccolo vuole essere protagonista anche solo per la persona amata o per un amico speciale o solo per uno sconfinato EGO…io l’ho faccio soprattutto per questo, ma non solo!

E allora basta una sola ora di relax per rendere uno sfigato pesce stella, si sfigato, perchè scarsamente considerato sia nei banchi pescheria sia dal consumatore finale a torto. 

Invece è un pesce magro, con una delicatissima carne bianca poco erbacea e molto marina (da delicato pesce azzurro) e che sfilettato può dare belle sottisfazioni a tavola spendendo veramente poco.

Io nè ho utilizzato 4 filetti e in una teglia unta di extravergine ho messo alla base delle sottili fette di zucchine e patate, poi ho aggiunto i filetti privi di spine e ho coperto nuovamente con fettine di patate e zucchine, del sale grosso, dei semi di sesamo tostato, un pò di peperoncino e un filo ulteriore di extravergine.

Mentre la teglia cuoceva al forno a 180 gradi per 20 minuti, ho tostato delle fette di pane kamut in padella in modo da realizzare una base solida e poi ho provveduto a tagliarle a rotelle con un tagliapasta, una volta sfornato il pesce con lo stesso tagliapasta ho creato due rondelle di pesce stella ricoperto di ortaggi e ho completato con una ‘fanatica’ pennellata di concentrato di datteri e granella di nocciole fresche che dessero croccantezza al piatto e una sensazione dolce che facesse propendere il piatto verso questo elemento (dolcezza degli ortaggi e in parte anche dell’argentato pesce) per berci un vino di quelli spiccatamente sapidi e di buon corpo…nello specifico ho stappato il Rosato Le Mongolfiere a San Bruno La Rivolta, un rosè di Aglianico del Taburno molto corpulento e alcolico ma di piacevole sapidità e fragranza, in grado di appagare le membra, anche qui senza svenarsi…del tipo serata low cost!

 

Cla.   

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Conferme che fanno certezze

Irpinia Bianco Igt 2010 – Feudi San Gregorio

 

Non è difficile cadere nello snobbismo da eno-fighetto, del tipo: ‘io bevo solo vino di aziende che producono massimo 30.000 bottiglie all’anno, perchè piccolo è meglio, sempre!’, e si, bastano 5/6 anni di bevute consapevoli che uno già si sente il Robert Parker italiota o il nuovo Veronelli del terzo millennio, e così si finisce di parlare solo di Pinot Noir, Champagne, vitigni autoctoni, no barrique no party, e tutte le seghe inerenti i vini naturali con i vari annessi e connessi.

Diventa un punto fermo fare la croce con i due indici di fronte ad aziende, società per azioni, e ai loro vini immessi sul mercato a piene mani e spesso referenze esclusive della Campania oltre la Campania…

Ti trovi così nel mezzo di una batteria di 20 bianchi al coperto e dopo aver annusato e bevuto circa 10 tra: Greco di Tufo, Falanghina del Sannio e Fiano di Avellino tutti uguali e differenti solo per la diversa qualità di banana o della diversa maturità dell’ananas riproposta al naso e poi alla bocca che nel interfacciarsi con Campanaro 2010 (blend di Fiano e Greco in terra irpina) senti appena un sussulto ma un egual comune denominatore: scontatezza!!!

Colore bellissimo, lucente, luminoso, non particolarmente carico e quindi molto invitante, ci metti il nasone in quel bicchiere e che senti??? Esotico e floreale di ginestra e margherite, un pò di minerale, si ovvio, sicuramente più grazia rispetto al resto della truppa ma nessuna complessità da Top Player. 

Al gusto l’equilibrio ineccepibile non fa seguito un armonia adeguata, può sembrare contraddittorio ma non è così: c’è equilibrio perchè come negli Champagne da cuvèe ogni annata dev’essere uguale alle precedenti e tutto è al posto giusto, ma non c’è armonia perchè quel corpo appena burroso è reso pesante da una alcolicità pronunciata solo lontanamente stemperata da decise note salate e vegetali, per una freschezza spuntita-spuntuta-smarrita, come le matite che si temperano all’infinito e nelle quali la punta non esce mai…

Potrebbe sembrare di sparare sulla Croce Rossa, su una grande realtà senza colpo ferire, ma nel mondo c’è bello & brutto, buono & cattivo (gusto) ed è giusto esserne cosciente, benchè sulla base di parametri personalissimi!

 

PS i più anziani ricordano di Campanaro bevuti oltre 15 anni fa come stupendi per nerbo e carattere, io non ne ho avuto il piacere e oggi vedo solo possibilità di anonimi abbinamenti.

 

Cla.   

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Altri profili di Greco: T’ara rà

T’ara rà Campania Bianco Igt 2006 – Cantina Giardino

 

Amo il progetto ‘Cantina Giardino‘, la figura calmo-carismatica di Antonio di Gruttola e della compagna Daniela e soprattutto i suoi vini: ricchi, sfaccettati, complessi, profumati, originali, territoriali, stravaganti per molti aspetti, di gioiosa abbinabilità alla tavola e ai più disparati cibi.

Ho aperto di recente il Greco T’ara rà, cangiante, dal colore oro indiano, leggermente opaco per assenza di chiarifica e filtrazioni, in un primo momento vien fuori la volatile invadente, ma dura relativamente poco, il tempo di mettere il pepe nero appena macinato su una provola fresca di Agerola in crosta di pangrattato.

Il naso o meglio la moltitudine di sensazioni olfattive è l’elemento che mi fa perdere: incenso da benedizione, cedro candito, dragoncello fresco, pepe bianco, albicocche piccolissime del Vesuvio, sono tutti sentori orizzontali più che verticali, non come un pugno diritto sul naso ma come una mano aperta che mi scriscia sul viso lasciandomi interdetto e affascinato.

Al sorso è subito spiazzante: tannino disegnato (parziale macerazione sui raspi di una parte delle uve oltre a 7 giorni sulle bucce), acidità da frutta giovane e polposa, piacevole alcolicità equilibrante rispetto alle spiccate durezze da rosso (!?!), poi una sapidità gessosa e metallica che richiama all’attenzione.

Al gusto emergono piacevoli sensazioni di sedano, felce (molto vegetale) e peperone giallo mangiato crudo, non è particolarmente di corpo nè complesso ma benchè grandemente ripulente esprime un’altra nota dolente: la persistenza, cioè crolla abbastanza velocemente, lasciando poco al gusto, quasi come di fronte a un burrone dal quale solo a guardar giù ti viene un vuoto allo stomaco…Greco Irpino molto da aperitivo GROOVE più che da pasto, almeno in questa versione 2006!

 

Cla.

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Chi butto giù dalla Torre?

 

Vini che non danno sussulti, condizione ideale: mare, primo sole pulito, calura, brezza ritemprante, giusta temperatura di servizio, diciamo 12° senza termometro a portata di taschino e quindi animo ben predisposto, a completare il quadretto una purissima treccia di fiordilatte di Tramonti, color porcellana, poco sapida e molto lattica e allora senza indugi si stappa  e si versa in un semplice poco spocchioso tulipano di vetro.

Colore paglierino con riflessi verdognoli, naso malvaggiamente ridotto, quello che avverto dall’apertura fino a mezz’ora dallo stappo è l’odore di busta di elestici gialli appena aperta mista a margherite appena colte, stropicciate e cotte al sole, da Vermentino, Trebbiano e Malvasia allignati in Torgiano (PG) che mi aspetto?

Sapidità, poco corpo e finale ammandorlato, un vino senza nobiltà ma puro come le acque umbre, non mi sbaglio di tanto, sensazioni di gomma bruciata, mazzo di fiori di campo appassiti in casa nel vaso dimenticato in salotto per 15 giorni, alcolicità che dopo 2 sorsi ti bussa alla testa e ti appesantisce lo stomaco e una sapidità amara da sale grosso integrale mangiato per farsi del male da solo…autolesionista!!!

La storia di Lungarotti e il relativo lavoro in vigna e cantina non è in discussione, ma questa boccia che mi è capitata tra le mani è venuta proprio male o il tentativo di standardizzazione ha portato a risultati a dir poco deprecabili.

 

PS dopo 48, la mezza bottiglia avanzata tenuta in frigo e riprovata aveva perso le sensazioni di riduzione facendo uscire appena-appena l’aromaticità della Malvasia lontana un bel pò di chilometri, mentre al gusto non era rimasto niente salvo la nota ammandorlata, diciamo amarognola!

 

Cla.

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Nord Etna: moda o piccola Bourgogna d’Italia?

Disegno dell’Etna in Eruzione

 

Il boom mediatico e produttivo dei vini dell’Etna negli ultimi 10 anni non  può lasciare indifferenti e il puntuale Luca Miraglia non si è fatto scappare l’occasione di creare una serata con un bel pò di bottiglie di precisa collocazione produttiva (nord-est del Vulcano) tra i comuni di Mascali (da cui trae origine il nome Nerello Mascalese), Linguaglossa, Solicchiata, Passopisciaro, Castiglione di Sicilia e Randazzo.

Etna, vulcano, lava, altitudini, agricoltura eroica, fanno pensare a sorsi materici e ombrosi,  invece non sono mancate le sorprese anche attraverso dei piatti in abbinamento che rompessero gli schemi e che indirizzassero lo sguardo dei commensali dall’alto verso le coste ioniche, cioè verso il freddo mare che scruta dal basso gli oltre tremila metri di vulcano attivo.

La viticultura etnea ha origini antiche collegate all’opera di quelle famiglie che nel XVI secolo ebbero le terre in enfiteusi dalla Chiesa, la Doc è invece abbastanza recente, targata solo 1968, per il declino del commercio dei vini prodotti localmente durante tutto il Novecento. Oggi enologi (Foti, Caciorna) e imprenditori lungimiranti (Benanti, Franchetti, De Grazia, Cambria) stanno dando il giusto risalto a vini unici nel nostro panorama nazionale, anche se uscendo fuori dalle tendenze di periodo con ancora un bel pò di strada da fare per raggiungere la chiusura del cratere…

 

I Vigneri Vinudilice 2009:

Un ‘rosato non rosato’ ormai entrato nella mitologia per le sue origini, vigne di Alicante, Mennella, Grecanico e altri viti cresciute selvaggiamente tra un bosco di lecci e vinificati insieme in maniera biodinamica, vino assolutamente fuori dagli schemi difficile anche per la collocazione produttiva. Nel bicchiere si presenta con una iniziale effervescenza che svanisce dopo circa 10 minuti, il colore è rosa fluorescente e i profumi ballano tra gli agrumi siciliani e le erbe selvatiche, al gusto si fa bere ‘a canna’, freschissimo, di alcol impercettibile e marcatamente fruttato giovane e speziato di montagna, innegabilmente dissetante!

 

Fattoria Romeo del Castello Etna Rosso Vigo 2007 e 2008:

Un magma di differenze tra due annate così vicine ma così lontane per occhi, naso e bocca, la boccia più vecchia ha riscosso grande successo al tavolo per la sua definita complessità evolutiva, io (non per fare il bastian contrario) l’ho trovata troppo evoluta rispetto hai soli 5 anni, colore granato, senza tante lucentezze, naso subito etereo e grafitico per poi allargarsi su sensazioni terrose e di frutta in macerazione, il sorso ha un bel incedere alcolico con un tannino ammansuito e una freschezza viva ma a mio sentire appena disunita…ho amato più la 2008 perchè è scomposta, irruente, maledettamente vegetale e ferrosa oltre che materica, un sorso in grande allungo e in perfetto splendore adolescenziale e poi ho avvertito molto il Nerello.

 

A.A. Terre di Trente – Terre di Trente 2006

Prima annata in commercio di un vino nato da lontano, risultato dell’amore di un gallerista d’arte di Bruxelles (Filip) e di una modella afroamericana (Trente) e della passione per la prorompente bellezza dell’Etna. La bottiglia più armonica al tavolo e per la meno discussa per questa sua irruenza ammansuita, ha un colore di discreta concentrazione un pò in antitesi con la tipologia ma gioca tutte le sue carte su prontezza ed eleganza: profumi molto floreali (fiore di fico d’india, ginestra, fresia) ma anche molto minerale (ferro, rugine) e un ben presente fumè. In bocca il sorso è dotato di un tannino vispo e di una acidità in buona fusione col corpo, le note minerali si manifestano in una decisa sapidità, oserei dire che è il più moderno dei bicchieri all’assaggio.

 

Il Pirata: Domaine Joseph Drouhin Cote de Beaune AOC 2004:

Perchè un pirata? Per considerare quella lontana parentela tra il nobile Pinot Noir e il nobilitato Nerello Mascalese e allora Drouhin, da semplice negociant di Bourgogne fin dal 1880 a produttore dal 1918, non solo nella Cote d’Or e nello Chablis ma anche in Oregon. Nonostante le dimensioni da grande Maison i vini sono di gran classe (anche le denominazioni minori), lieviti indigeni, legno esausto in prevalenza, temperature controllate. Voler inserire un estraneo alla batteria è stato un gioco possibile solo con una denominazione borgognona non specifica (Pommard, Gevrey Chambertin, Givry…) che non avesse carattere, complessità e finezza imparagonabili. 

Un Borgogna da Duty Free ma di gusto: colore scarico, elegante al naso, dai profumi delicati, freschi, diretti, spontanei, dal gusto armonico, equilibrato, non di particolare complessità ma di straordinaria scorrevolezza, e qui la classica frase: ‘un Bourgogne è un Bourgogne!’…oggi tutti amanti e intenditori del Pinot Noir d’Oltralpe, dico io!!!

 

A.A. Passopisciaro – Passopisciaro 2005:

Blend di uve da 4 vigneti differenti che oggi vengono vinificati in autonomia dando vita ai 4 vini cru di Andrea Facchinetti (Tenuta del Trinoro – Sarteano, SI) , colore da vecchio Etna, rubino trasparente, tendente al granato, primo naso lattico e caseico, poi animale, cuoio, viola essiccata, marmellata di arancia amara, in bocca ha un corpo appena esile e una persistenza non lunga, gioca le sue carte su acidità e sapidità sparate e un tannino molto tagliente, ma e
ssenzialmente su piacevoli e delicate sensazioni gustative di timo, rosmarino, cenere, e fiori di campo. E’ quello che mi ha espresso emozioni antiche di passeggiate tra Taormina e Catania, nonostante la sua limitata corpulenza e persistenza.

 

Tenuta delle Terre Nere – Etna Rosso Guardiola 2005

Azienda giovane ma con i controc…, nonostante una dimensione grande per la zona (circa 22ha) Marc di Grazia, importatore di vino italiano di qualità in USA, non è proprio l’ultimo arrivato,  produce Etna rosso a 800 mslm, da vigne anche centenarie con ottima esposizione. Il vino è di quelli perfettini, maschi, assomiglia ad un Bourgogne evoluto per intenderci, ma ribadisco che parliamo sempre di un paragone forzato, dal colore granato appena scarico, profumi vegetali ed erbacei in primis e poi di fiori essiccati, grafite e pepe nero, in bocca è dotato di un corpo nerboruto e dal tannino molto asciugante che fa da contr’altare ad una acidità puntuale, in questo caso l’alcol è in ottima fusione rendendo il sorso tra i più austeri e nobili della batteria.

 

Frank Cornelissen – Munjebel 3 Rosso 2005

Il bizzarro belga ha instaurato ormai un rapporto simbiotico con l’Etna tanto da diventare meta di pellegrinaggio dei bevitori estremi dal mondo, di vini come il suo Etna dalle macerazioni bibliche e dall’assenza di filtrazioni, chiarifiche e solfiti, additittura consiglia in etichetta di non decantarlo cosa che ho disatteso puntualmente privandolo di tutta quella feccia che gli avrebbe dato certamente più corpo ma anche infinite impurità gusto-olfattive.

Colore granato opaco, di discreta concentrazione, nonostante tutto, note sparate di eterei (ceralacca, acetone, vernice), poi aromaticità terrose, di fango bagnato e terracotta calda, acidità citrica come per il Munjebel Bianco, tannino scaglioso, sapidità salmastra e una sostenuta alcolicità ma il tutto in un corpo quasi leggiadro, che galleggia su evolute sensazioni di cioccolato amaro in polvere, carbone vegetale e stecca di liquirizia…come ha detto in serata Caterina, l’avvocato neofita della serata: ‘annusandolo avrei evitato l’assaggio, ma sorseggiato mi ha fatto vedere in una sequenza di flash dai colori forti tutto il processo produttivo, la vigna, il grappolo, la vendemmia, la macerazione, i travasi e tutto il resto fino all’imbottigliamento’. Che aggiungere si tratta di emozione del tutto estemporanea, che naturalmente può essere di tipo positivo-feticista o di totale aberrazione!

 

Paola Lantieri – Malvasia di Vulcano 2010

Dall’Etna a Vulcano senza ordine di continuità, colori forti, rumori assordanti, profumi inebriati, vino di cui già ho avuto il piacere di parlare, ma oggi ancora più suadente in abbinamento con la napoletanissima cassata infornata priva di pan di spagna e con una crosta di pasta folla, vino ammaliante, caldo, dolce, speziato, freschissimo al sorso e invitante ad ogni riassaggio con una chiusura pulitissima…una giusta conclusione alla serata!

 

Cla.        

 

 

 

 

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Nord Etna: moda o piccola Bourgogna d’Italia…

La piccola batteria al netto delle sorprese

 

 

Riscaldamento iniziale

 

Il sugo di tonno

 

Incontri

 

Alici marinate in aceto di Umeboshi e il raro Vinudilice

 

Nuove e vecchie attenzioni

 

Bruschetta di segale con lardo aromatizzato al rosmarino e alice marinata in aceto di umeboshi

 

Due annate del Vigo di Chiara

 

 

Preparazioni e attenzioni

 

Visione d’insieme

 

Passopisciaro e Tenuta delle Terre Nere con melenzana ripiena di sapori del mare e menta essiccata

 

 

Oscure sensazioni

 

Il Pirata della serata e calamaro ripieno di pecorino siciliano, uvetta sultanina e zafferano su vellutata di fave fresche

 

Enrico alle prese con la posa del Munjebel

 

Fuori ogni schema

 

Vibrazioni sottili

 

Cassata infornata e la Malvasia di Vulcano della Lantieri

 

 

Psichedeliche spiegazioni di pendenze

 

Cla

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Una Capri di Cotarelliana memoria

Ventroso 1997 – Cooperativa La Caprense

 

 

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Pinot Gris di 10 anni, normale in Alsazia

Audrey et Christian Binner – Pinot Gris 2002

 

Alsazia, terra bianchista, i pochi rossi prodotti sono giusto per accontantare la ristorazione locale, per gli amanti del Gewurtztraminer italici questa è la patria per eccellenza del vitigno di origine tedesca, io mi sono diretto invece verso il Pinot Gris, quasi a volergli dare importanza rispetto a bianchi più trendy (Riesling) o presenti in ogni dove (Chardonnay e Sauvignon).

C’è da dire che in vini alsaziani, fatti bene (ci sono molte boccie monotone!), difficilmente non piacciono per quella dolce opulenza bilanciata da una freschezza citrica e una sapidità minerale, anzi dico di più, secondo me piacciono più ai neofiti che ai tipi enofighetti che non si fanno ingannare da quella beffarda nota di frutta matura tipo: passion fruit o licthy e bevono questi vini poco alcolici e di grande longevità più per vezzo che per altro.

Binner è una realta storica sul territorio alsaziano, che opera con rese molto basse, impiego di legno grande e mai nuovo, ma soprattutto poco interventismo in cantina con utilizzo minimo di solfiti, assenza di chiarifiche e filtrazioni, cosa inimmaginabile se penso che il vino nel calice è paglierino appena carico, brillante, luminoso e privo di opacità, ma grazie a Dio esiste l’illimpidimento statico e l’utilizzo del freddo per far crollare le fecce ed eliminarle senza stress per il vino.

Le sensazioni olfattive richiamano la botritis, cosa piacevole ma spesso catalizzante se eccessiva, in questo caso la piacevole sensazione muffata è arricchita da note floreali molto decise: iris, biancospino, orchidea e zuccherine note fruttate di albicocca e mango, per finire con odori muschiati e di salvia

La boccia scende abbastanza velocemente alla continua ricerca di nuove sensazioni gusto-olfattive anche perchè il corpo polputo è bilanciato come previsto da decise acidità agrumate, una mineralità pastosa e da una gradazione alcolica da bianchi vintage (solo 12°), può essere una originale apertura di un pasto a base di cozze o pesce azzurro grigliato (tonno, palamita, aluzza, alalunga…) ma non mi vergogno a dirlo, è tra quelle bottiglie che ti consentono di fare il fenomeno con i bevitori di vino occasionali, del tipo: ‘ragazzi questo è un bianco di 10 anni, lo trovate vecchio? E’ un vino francese, che non costa neanche tanto!’ 

 

Appunto personale: ero convinto che avesse un bel pò di solfiti per un leggero mal di testa successivo alla scolata (cosa che mi capita rarissimamente) ma, ex post, leggendo il sito aziendale ho notato di aver preso una cantonata trattandosi di azienda molto poco interventista, mah, forse la muffa nobile?  

 

 

 

Cla.

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