Note di Fiano

Quella strana leggerezza dell’essere…

 

Incontrarci una sera (16 marzo 2011) per analizzare e confrontarci, da consumatori, sulle desinenze del Fiano di Avellino DOCG 2008 è stato un modo per esprimere il nostro sentimento su questo vitigno di antiche origini che rappresenta il vanto della viticultura Campana alla riscossa ma anche l’esplicitazione della difficoltà di chi compra e beve il vino senza troppe sovrastrutture e si trova a sorseggiare vini inaspettati.

Benchè di ‘vitis apiana’ si parlava fin dal Medioevo, è con l’attribuzione della DOCG nel 2003 che si guarda a questo vitigno e alle sue capacità di affinamento nel tempo. Alcune ricerche hanno scoperto che tra i contadini del posto il Fiano, agli inizi degli anni ’70, era vinificato con una rifermentazione in bottiglia per avere un prodotto leggermente abboccato come era in uso per i vini da moscato e malvasia della zona beneventana, di facile beva e prettamente per l’autoconsumo.

Oggi il discorso cambia, quando si pensa al Fiano lo si accomuna a Lapio, l’areale storicamente di riferimento di questo vitigno e alla capacità di ottenere in questa zona vini sottili, eleganti, longevi e assolutamente centrati sulla tipicità che dovrebbe essere la nota di nocciola all’olfatto e nelle sensazione gustativa retronasale e la spiccata acidità al gusto.

Il Colli di Lapio 2008 di Clelia Romano resta un punto di riferimento per molti bevitori intorno al tavolo, confermandosi un prodotto che a 3 anni dalla vendemmia è assolutamente in grado di esprimersi con note evolute ancora molto fragranti.

Summonte dovrebbe essere l’ater ego per eccellenza, con i suoi terreni argillosi-sassosi in grado di conferire al prodotto finale una spiccata sapidità mista ad un corpo più ricco di frutto e di estratto in generale, Giudo Marsella 2008 ha rispettato le aspettative con un naso molto ricco, delineato e un sorso vibrante e succoso.

Montefredane è la collina dal quale ci aspettavamo vini minerali e con particolari note affumicate e maggiori sentori floreali rispetto al frutto, è così è stato: Pietracupa 2008 ha un naso molto originale, delicato, una bevibilità  verticale, sottile, ripulente ma con una persistenza di grande eleganza.

Infine la zona tra Forino e Cesinali, un pò terra dalle potenzialità in progress, con il Fiano de I  Favati 2008 che punta alla delicatezza, all’eleganza del frutto in alternanza con note fumè e accenni salmastri, dal corpo esile e dall’alcol alla ricerca di una perfetta fusione col corpo.

Fuori dagli scemi Il Campore di Terredora 2008, un Fiano di Lapio con affinamento in piccole botti di legno, dal naso già evoluto su sensazioni di frutta gialla sciroppata e accenni caramellati, misti a note di ossidazione nobile, in bocca appena deludente, la tagliente acidità ha lasciato il passo a un impatto più rotondo e carezzevole che col riassaggio potrebbe stancare, meno monotone le evoluzioni olfattive che con l’alzarsi della temperatura arricchiscono il corredo varietale in sordina con effluvi più originali.

Il confronto si è acceso su tipicità vera, presunta o addirittura attesa, mineralità e sapidità e infine sulle effetive potenzialità di evoluzione in bottiglia del vitigno, per questo non sono potute mancare ‘le sorprese‘ fuori batteria codificata.

Alla cieca abbiamo provato Vigna della Congregazione di Villa Diamante 2007, un Fiano di Montefredane, un vino che divide e che non piace al consumatore medio, almeno quello nel parterre di cui era composta la serata, un vino fatto di surmaturazione in vigna, affinamento sulle fecce fine, di passaggio in legno (almeno fino a qualche anno fà) un prodotto di ispirazione naturale dove le note di fermentazione non controllata si alternano a profumi burrosi, di pasticceria e dove la bocca si fà ammaliare dalle rotondità minerali, se si ha la pazienza di aspettarlo e capirlo.

Mastroberardino Radici 1999 è il vecchio che racconta la sua, il vino che ha fatto storia nella ristorazione campana degli anni ’80 e ’90, un vino che benchè spostato su note terziarie, anche per una conservazione non proprio a norma, esprime acidità e sapidità molto nitide benchè in fase di stanca, la bocca è appena ruvida e sofferente per una ossidazione ben delineata ma la persistenza parla anche di sensazioni di frutta secca e fiori gialli appassiti e di discrete mineralità che furono.

La mia personale provocazione è stato uno Chablis Premier Cru 2002 di Domaine Verret un vino fresco, salino, dal colore paglierino chiaro, dalla bocca molto pulita, l’alcol è in perfetto equilibrio e il gusto ricorda: spezie fresche di campo, agrumi e ciottoli bagnati dal mare.

Il rispetto della vigna e quindi del cru è un ‘must’ per i francesi che continueremo a patire fino a quando la ricerca vitivinicola e la legislazione in materia non faranno la loro per valorizzare il nostro territorio zeppo di esclusività e ricchezza inespressa!   

 

Cla.

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