A proposito di Fiano di Avellino che Affina

‘Caro il mio Barone lei mi casca a fagiolo!’

 

Non più tardi di una settimana fà la degustazione tra Fiano di Avellino Docg 2008 alla cieca e alla ricerca della tipicità delle diverse aree di produzioni con alcuni esempi ritenuti di riferimento delle stesse e lo studio, o pseudo-tale, delle capacità di affinamento del vitigno aveva spinto molti partecipanti, miscredenti, a considerare la cosa in là che addivenire.

E’ bastata la partecipazione a ‘Parlano i Vignaioli’ del 20-21 marzo 2011 per darmi un sussulto di emozioni, e per perseverare nella ricerca di chi nel vino non solo ci mette la faccia ma anche la lungimiranza di seguire fin dalla prima vinificazione le regole della natura o meglio della tradizione contadina vista e aggiornata per i nostri tempi.

Ho conosciuto Luigi Sarno l’anno scorso alla presentazione di Vitigno Italia e ho amato la semplicità e la naturalezza di un ragazzo cristallino come il suo Fiano di Avellino Docg di Cantina del Barone.

L’azienda produce vino da molte generazioni ma solo dal 1999 ha deciso di imbottigliarlo con una propria etichetta dopo anni di vendita delle uve alle cantine irpine di maggiore importanza, il suo apporto in azienda è venuto con forza e decisione negli ultimi anni dopo aver concluso gli studi in enologia a Foggia, al fine di conferire un immagine più giovanile e moderna a ciò che il padre aveva costruito con cura e rispetto delle tradizioni.

Il suo Fiano della zona di Cesinali è molto delicato, pulito, dal colore paglierino con accenni dorati e dai profumi di pesca gialla,  nocciola oltre a note minerali e fumè appena in sottofondo, il sorso è sottile, fresco, di buona persistenza e con un finale piacevolmente vegetale.

E’ un vino che mi era piaciuto al primo assaggio e che ho riprovato con piacere in questa occasione, ma la sorpresa è stata la volontà di condividere insieme a pochi fortunati amici una bottiglia portata alla manifestazione un pò per gioco e soprattutto per una sua curiosità personale, un Fiano di Avellino 1999 imbottigliato come prima annata dal padre nelle vecchie bottiglie renane, come si portava oltre 10 anni fà per molti Fiano della zona (Radici Mastroberardino docet!).

La prima sorpresa, per un vino prodotto e non destinato alla conservazione, è stato il colore: giallo paglierino carico per nulla dorato, i profumi mi hanno raccontato storie di un uva perfetta per maturazione e lavorazione in cantina: prugna gialla, pera kaiser matura, miele di girasole, accenni appena tostati e note iodate, la bocca è stata ancora più emozionante: fresco, minerale, di buona alcolicità che non si è riproposta alla gola con calore eccessivo, la persistenza e il corpo hanno reso il tutto perfettamente godibile e in stupenda armonia.

Per essere una bottiglia conservata in azienda per scherzo, 12 anni, non è stata proprio niente male, anzi può metaforicamente rappresentare il testimone tra due generazioni in movimento con un unico comun denominatore: il rispetto della natura e del territorio.

 

Cla.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.