Il bianco mito dell’enologia italiana

Trebbiano d’Abruzzo 1981 Valentini

 

Quando si ha la fortuna di partecipare alla degustazione di un vino di trent’anni, per giunta bianco, introvabile sul mercato, di un produttore simbolo della sua terra, il verde Abruzzo, che concepiva il vino tra l’intellettuale e il naturale nel senso considerare l’uva e il prodotto da essa ottenuto come un liquido vivo in grado di respirare e crescere nel tempo, non si può far altro che ringraziare la Dea Bendata e chi ha pensato di condividere questa bottiglia (Armando Castagno).

Non posso dilungarmi sulla storia di Edoardo Valentini che scomparso nel 2006 non ho avuto il piacere di conoscere, ma di cui si raccontano tantissime storie dagli operatori del settore e da quei fortunati che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e intervistare, storie di spigolosità, di amore senza compromessi, di poche parole e molti fatti.

Il suo Trebbiano viene coltivato a Loreto Aprutino con la tradizionale ‘pergola abruzzese’ a circa 300 slm su terreni poveri, magri, fatti di sabbie e argille, pochi sassi e in presenza di un clima nei periodi estivi spesso molto caldo. Se poi si pensa che il vitigno è di quelli neutri, cioè zero aromaticità intrinseca, mi domando: ‘come è possibile che un vino dell’81 può, appena versato nel bicchiere senza toccarlo nè roteare il calice, riempire un metro quadrato d’aria di così tanti profumi?’.

Attraggono il mio olfatto note molto dolci e per nulla di impatto ossidativo: gelsomino, zenzero, pandolce, marmellata di mango, ossiggenando il nettare-divino con il ‘tecnico-nervoso’ movimento del bicchiere, percepisco ancora in sequenza: caffè di ginseng, cuoio, note ferrose, lupinella, mandorle pelate e tritate. Non è possibile non restare di stucco a notare un colore paglierino carico tendente al dorato, per nulla ramato dopo tanti anni di bottiglia benchè dotato in fase di imbottigliamento di una piccolissima e voluta aggiunta di anidride carbonica da parte del genio-contadino.

Finalmente provato al gusto, dopo aver voluto giocare a lungo a riconoscere altri descrittori, il sorso è stato immediatamente equilibrato di una indescrivibile mineralità, le sensazioni di freschezza sono vive,  smussate e l’alcolicità molto dosata (12°) è il giusto tocco di morbidezza.

Le sensazioni pseudo-caloriche non sono l’elemento principale, questo vino fà della leggerezza e della persistenza le sue doti principali, la bocca resta pulita e intrisa di delicatissimi ricordi di pesca gialla essiccata, note balsamiche di thè di eucalipto, il suo corpo magro ma non povero perchè perfettamente definito come un maratoneta, è la rappresentazione del fisico esile e poetico del suo creatore che ha nobilitàto un vitigno tutt’altro che aristocratico senza bisogno di lieviti marcanti o aggiunte di elementi che gli avrebbero conferito una artificiosa robustezza.

 

Cla.   

 

 

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