Un Merlot territoriale oltre che varietale

Il Merlot del Collio di Paraschos

 

Mentre il Pinot Noir ha la sua origine di oltre 2000 anni in Borgogna e trova solo cattivi esempi o, cerco di essere meno integralista, pochi esempi degni di nota in altre parti del mondo, del Merlot non si può dire certo lo stesso, con esempi fuori del Bordeaux di discreta caratura senza scomodare come termine di paragone i mostri sacri di: Château Lafitte-Rothschild, Château Latour, Château Margaux e Petrus che fà del Merlot (95% in blend col Cabernet Franc) il vitigno principe delle sue bottiglie che hanno quotazioni a partire da circa 600 euro.

Nell’ultimo ‘Vini Naturali’ a Roma mi ero preparato con circa 20 giorni di anticipo per degustare con cognizione di causa senza perdere tempo inutile in aziende che non mi interessavano, ma come era prevedibile: ‘una cosa sono i programmi e un’altra la loro realizzazione’.

Devo dire che  per l’azienda Paraschos di San Floriano del Collio, mi ero ripromesso di non degustare nulla  perchè ritenuta troppo giovane (1998) e con una gamma di prodotti relativamente ampia (8 prodotti su 10 ettari) e così è stato.

In cantina avevo però una bottiglia di Merlot 2007 che ho conservato fino a questo week-end quando in due puntate, venerdì sera  a cena e in piccolissima parte sabato a pranzo, l’ho provato con la giusta concentrazione.

La prima cosa che mi piace è l’etichetta assolutamente minimalist, artigiana e di immediato impatto con questa ‘pi greco’ nota come costante di Archimede in bella mostra insieme al nome della bottiglia che in questo caso collima con il vitigno utilizzato.

L’ho versato in un bicchiere molto largo perchè volevo goderne in tutte le sue sfumature di profumi e desideravo che le eventuali imperfezioni iniziali, di vino naturale, si schiudessero immediatamente senza paure, e così è stato: il colore è vivo, rubino di media concentrazione, opaco con particelle in sospensione, ma molto luminoso, il naso è vinoso come una cantina in vendemmia, ma anche ricco e polposo di succo di mirtillo, vegetale di felce e minerale, molto minerale di gesso e sale di miniera.

Degli odori marmellatosi niente, e niente note di acetica che mi sarei aspettato da una macerazione di circa 30 giorni sulle bucce in tini aperti, puro succo d’uva del Collio col suo clima ricco di escursioni termiche e di marne e arenarie definite Ponca, che rendono il terreno molto fertile e ricco di minerali sciolti.

L’impazienza per la prova degustativa era tanta e, benchè una succulenta palettina (in Piemonte arrosto di vena) alla pizzaiola fumante aspettava il taglio, io mi sono lanciato al bicchiere e il sorso non mi ha deluso: una bocca pulitissima, piena di frutta fresca, more, cassis, poi geraneo, radicchio, note più evolute di grafite e iris essiccato, grande freschezza, tannino perfettamente distinguibile ma elegante, come un pantalone di velluto blu a costine sottili, e poi che mineralità e persistenza, l’alcol è deciso ma per nulla scisso dal resto, anzi, il tutto senza considerare la capacità del vino di domare una succosa fetta di carne con nervetti e un poco di grasso, ricca di pomodoro, aglio e origano.

Da solito fanatico-maniaco ho voluto lasciare nel bicchiere un bel sorso di vino per riprovarlo al pranzo del giorno successivo, in antipasto con un pecorino Laticauda avanzato da una degustazione con i miei amici del Grappolo, vi posso assicurare che l’odore è stato assolutamente uguale dopo circa 15 ore e lo stesso valga per il sapore, nel quale la componente alcolica aveva mitigato la sua irruente carezza contadina a favore di un’avvolgenza più femminile che ha resto il finale della bevuta molto rilassante.

Una bella scoperta che merita l’assaggio di qualche altro prodotto della gamma per avere una visione d’insieme del produttore e approfondirne la sua conoscenza.

 

Cla.

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.