Un’altro Pinot Noir

Thierry Puzelat Touraine Pinot Noir 2004 triple A

 

Thierry Puzelat è un vigneron della Valle della Loira, precisamente nella parte centrale della stessa che dal 1994 ha deciso col fratello Jean-Marie di non vendere più le uve prodotte alle cooperative locali ma di vinificarle nella proprietà familiare.

Gli ettari vitati sono circa 15, di cui 6 di proprietà e il resto gestiti in maniera diretta ma di proprietà altrui, le prime bottiglie sono uscite nel 1999 con coltivazione biologica dell’uva e poi nel corso degli anni successivi la vigna è stata orientata al biodinamico anche in cantina.

Touraine è conosciuta per i suoi eleganti Cabernet Franc, i gradevoli ed economici Sauvignon Blanc, rispetto agli esosi Sancerre e per i secchi o dolci Chenin Blanc diffusi un pò ovunque lungo la Loira, non mancano vitigni autoctoni molto interessanti ma difficilmente recuperabili fuori zona come il Pineau d’Aunis o il Grolleau, di cui ho letto ma non bevuto ancora.

La bottiglia l’avevo in cantina da circa 4 anni comprata in un enoteca parigina a 16 euro, l’ho provata insieme ad amici in una recente ‘serata anarchica’ a casa, mi sono semplicemente preoccupato di tenerla in frigo 2 ore per far scendere i sedimenti della mancata filtrazione, alla base, poi l’ho passata in decanter, infine ho lavato la bottiglia e con un imbuto piccolo l’ho riversato nella sua bottiglia, il tutto naturalmente per far bella figura con i commensali e berla al meglio delle sue potenzialità.

Il colore è elegantemente granato, giusto qualche accenno aranciato ma veramente un niente, appena qualche particella in sospensione ma nel complesso di una bellissima trasparenza, niente concentrazioni o forzature, il vitigno non lo esige.

Primo naso deciso: china e resina, poi gelatina di visciole e note grafitiche, lo aspetto un pò, lo chiamo, gli sussurro di stupirmi ed eccolo: la violetta di campo, il vegetale di mallo di noce schiacciato per la caduta dall’albero e ancora cipria e glicine bagnata di pioggia.

Le sensazioni odorose sono delicate, la costante è il balsamico di china e rabarbaro, tutto il resto si alterna e si insegue come in una corsa per un prato aperto.

La bocca è una soddisfazione, il tannino è vellutato e sottile, nè legnoso nè verde, freschezza e sapidità puntuali non riescono a indurre una salivazione pronunciata perchè l’astringenza asciuga tutto velocemente e richiama a un nuovo assaggio che dona calore e morbidezza.

Il gusto vira subito su note di miele di corbezzolo e frutta sotto spirito, ma il tutto continua ad essere ammantato da questa caratterizzante nota di china, sembra un fresco richiamo al Brancamenta.   

La bevibilità è la sua forza e le possibilità di abbinamento sono veramente enormi.

 

Cla.

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