A volte ritornano…

Fidelis 2007 e Falanghina 2010 Cantine del Taburno

 

Ci sono i cosiddetti vini della memoria, quei vini che sono stati i primi, anzi primordiali punti di riferimento della tipologia all’inizio del lento e interminabile percorso di progressivo affinamento del palato.

Nella mia breve strada (solo una decina di anni, senza costante impegno!), la Falanghina Taburno Doc di Cantina del Taburno è stata indicativa del vino dal rapporto qualità-prezzo eccellente, un vino molto diretto, fragrante, verticale, che si faceva bere con piacere identificando bene il vitigno, la filosofia del produttore e il territorio di provenianza.

Bevuta a distanza di molti anni, l’ho trovata come la ricordavo, un pò come la prima fidanzata che rivedi dopo 10 anni e ti sembra non sia cambiata per niente: è paglierino con riflessi dorati, abbastanza consistente, intensa, mediamente complessa, sa di agrumi, frutta esotica, glicine e margherite, al palato è acida, abbastanza sapida, abbastanza calda, di media consistenza e persistenza.

E’ quel vino che degusti con scheda AIS alla mano e al quale gli dai un ‘abbastanza’ in tutto, è un sorso veloce, piacevole, rinfrescante, delicato, ma anche dissetante che a 5 euro non ti delude e non ti fà rimpiangere la salinità dei Campi Flegrei con le sue ‘altre’ Falanghine.

Il Fidelis 2007, 100% Aglianico del Taburno, della stessa cantina è stato invece il primo prototipo di vinostrutturato o meglio di vino che usciva dai canoni di vino sfuso, il vino del contadino, per assurgere al grado di sorso ricco, polposo, persistente, insieme con il Lacrima Christi di Mastroberardino, il Falerno del Massico di Moio e giù di lì, penso di essermi fatto capire da dove ho iniziato!

In questo caso però la bevuta è stata non degna del ricordo, il vino è concentrato, consistente, il bouquet è di frutta matura, legno, vaniglia, liquirizia, sentori animali, in bocca è caldo, morbido, con un tannino ruvido e acerbo che lasciava una sensazione ammandorlata nel finale, è stato un sorso stanco che mi ha fatto sorgere un dubbio: ‘ho migliorato il mio modo di bere (non penso!!!) o è peggiorato questo rosso della Cantina del Taburno’ per molti anni premiato come vino slow? Forse è la bottiglia che è stata sfortunata?!?

Inoltre, ha ancora senso parlare di questo rapporto ‘da ragionere’ dove prezzo e qualità vengono messi a braccetto, in un epoca di stagnazione economica nella quale solo i consumi di lusso aumentano e quelli primari e di base vengono ridotti al lumicino?

 

Cla.    

 

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