Il grigio con la barba lunga

St Michael Eppan Sanct Valentin 2002 Pinot Grigio

 

Santa Margherita è stata l’azienda italiana che a partire dagli anni ’60 ha diffuso a livello nazionale (e non solo!) in maniera esponenziale il consumo di Pinot Grigio, uva ramata da vinificare in bianco, da abbinare rigorosamente ed esclusivamente a piatti di pesce nei migliori ristorante della penisola.

Se non bevevi Pinot Grigio Santa Margherita a Pozzuoli negli anni ottanta, terra di Falanghina dei campi Flegrei eri OUT, uno sfigato o meglio un poveraccio che non nè capiva niente di buona tavola, oggi quasi non si sente più questo assioma per buona pace di molti e, fermo restando la sua leggendaria fama, finalmente il famoso ‘abbinamento per tradizione’ spiegato da mamma AIS nei suoi corsi, spinge il consumatore anche meno smaliziato a scegliere vini del territorio per preparazioni culinari locali.

Questa è una storia, l’altra che vi racconto è quella del cervellotico Pico M. Coombe, che nella famosa (per chi c’è stato e anche per qualcuno che ha bypassato senza convinzione!!!) one man wine show in cui tutti i vini erano al buoi e il buon architetto si divertiva a beffeggiare i suoi malcapitati amici, compreso il sottoscritto, punzecchiandoli su sentori e spigolature vere o presunte al palato, l‘unica certezza-aiutino è stata la preventiva dichiarazione dell’annata in gioco per i tre bianchi in batteria: la 2002.

Colore che prende in contropiede: paglierino con qualche acceno dorato, media consistenza, naso intenso di ardesia, rosa bianca, magnolia, pompelmo, tutte le sensazioni sono ampie, concentrate in una quadro minerale di provenienza carsica, pensavo!

Al palato il sorso entra rotondo, ricco di floreale e sapidità montane, calcareo, per poi lasciare un finale appena ammandorlato, è un pò stanco in freschezza rispetto alla sapidità più delineata e persistente, abbiamo traccheggiato a lungo tra Malvasia e Vitovska a metà strada tra Italia e Slovenia, ma ci siamo fatti ammaliare e ingannare dalle sensazioni gessose più che dalle spiccate aromaticità e abbiamo perso di vista la spuntita acidità e le rotondità del corpo.

A segreto svelato ho constatato, con stupore, una apprezzabile longevità e confermato come l’impiego per 11 mesi della barrique in fase di fermentazione alcolica, malolattica e affinamento ha donato complessità olfattive ma stancato la beva, almeno oggi che faccio la fotografia a questo vino, a distanza di 9 anni dalla vendemmia, probabilmente un anno fà o giù di lì, avrei parlato di equilibrio e armonicità.

 

Cla.    

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