Non si passa avanti…

Mastroberardino – Taurasi etichetta bianca 1978

 

Partiamo dal presupposto che relativamente ad un qualsiasi vino di 33 anni non si possono fare eccessive pippe su equilibri e armonicità, ma si può parlicchiare semplicemente sul campo emozionale e dividere questi vini d’antan in due macro-categorie: quelli defunti e stesi in una bara virtuale che concretamente è la loro stessa bottiglia e quei vini che hanno ancora da dire, hanno ancora vitalità da esprimere, guizzi, spunti, scatti arzilli da raccontare.

Dato per assodato che il colosso Mastroberardino fa quantità di tutto rispetto che secondo molti coincidono con standardizzazione qualitativa e vini poco viscerali, è questo è un fatto poco opinabile, allo stesso tempo  non posso non confermare le voci di chi, più ferrato di me in materia e con ettoliti ed ettolitri di vino nel sangue accumulati nel tempo, considera il Taurasi Radici etichetta bianca un must per la tipologia.

E’ il più aristocratico di tutti i suoi fratelli e quello che riesce ad esprimere tradizione e modernità allo stesso tempo, in un sorso che è sempre un piacere bere, secondo me, dai cinque anni in poi dalla vendemmia.

Ho bevuto la 1997 alla cena di Capodanno del 2001, spe-tta-co-la-re !!! Svariate 2001, 2002 e 2004 precise e fragranti, ma anche, qualche mese fa, una 1980 portata in una serata anarchica con i quattro (per dire!) folli amici di bicchierate al buio (ognuno cerca di infinocchiare gli altri con la propria bottiglia in carta alluminio), portata dalla mitica Fosca ed è stata una sorpresa immensa,  surclassando il Barolo di Montezemolo dell’88 e il marmellatoso Litra di Abbazia Santa Anastasia  del ’92, per considerare i più anziani della batteria della serata.

Ancora una sorpresa con l’annata 1978 bevuta la settimana scorsa: aranciato ricco di particelle in sospensione, ancora profondo nel colore e per nulla slavato, il naso è fiero, profuma di smalto, terra, ruggine, ciliegia sotto spirito, aghi di pino, note animali (concia di pelli), in bocca è ancora fresco per nulla disteso, il tannino è polveroso e svolto, ma precisamente distinguibile, è un sorso accattivante con ritorni sapidi solo in un secondo momento, la morbidezza e le rotondità sono prerogative di altri produttori e di annate giovanili, ma qui stiamo parlando di un Aglianico da Taurasi in doppio petto.

Il gusto si conserva austero, netto, preciso, di frutto avvolto da note terziarizzate e ossidative non pungenti ma avvolgenti, resta lunga l’alea di cioccolato, nocciola, ciliegie e prugna secca e quel fondo di geraneo essiccato sul balcone di casa!?!

Si può farneticare sulle potenzialità del Taurasi di confrontarsi con i grandi vini da invecchiamento italiano (Barolo, Brunello, Amarone…) o esaltare quel produttore piuttosto che quell’altro fresco di inserimento in guida e dalle grandi prospettive, ma davanti a un bicchiere di etichetta bianca di annata old, very old, si deve mettere il punto e andare a capo.

 

Cla.

  

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.