Le facce altre del Piemonte

Vini rossi anche per l’estate

 

Quando il Pico ti propone il Nord Piemonte in una serata di luglio non mi sembra opportuno fare lo snob con la scusa che fa caldo e non è proprio il massimo bere un bel pò di rossi,  rinunciando così a 3/4  batterie congeniate sulla base della sua follia etilica. E allora basta chiudersi in un monastero francescano alimentandosi ‘per una settimana’ di pane duro integrale ed acqua di sorgente per non insultare il fegato e lo stomaco da un overdose di nettare divino e di luculliane pietanze nella casa della perdizione.

In foto ho ritratto la batteria che può rappresentare una buona alternativa per molti bianchi sapidi e freschini da bere d’estate, una minuta rappresentanza di rossi che riportano ad  una zona molto interessante e nota in particolare al pubblico degli appassionati, ricercatori, eno-fissati del settore enogastronomico.

Si parte in maniera semplice e beverina con Rovellotti Vespolina 2009, vitigno del novarese il cui nome si fa risalire alla particolare attrattiva per le vespe e che presenta, come tipologia di uva, una sostanziale vigoria produttiva, portando alla commercializzazione di vini prevalentemente adatti al consumo spicciolo e senza grosse pretese di invecchiamento o di complessità.

Colore di un bel rubino concentrato, naso fresco e floreale con un preciso sottofondo resinoso e di ruggine, alla bocca è particolarmente acido, con un rugoso tannino e con una sapidità che si estrinseca ai lati della lingua a partire dal secondo sorso, non ha corpo e persistenza da vinone ma si fa bere e, anche a temperatura di cantina (14°), può dare belle soddisfazioni, lo immagino su un bella cernia in guazzetto.

Si parte sul serio, dopo un leggero caz…ggio, due Gattinara di Antoniolo , la versione base e uno dei tre cru prodotti: Osso S. Grato, entrambi 2005, rigorosamente in carta alluminio e svelati nella tipologia e nell’annata solo dopo un bel pò di giochetti.

La versione base: rubino, intenso e molto verticale alle narici, di approccio smaltato ed etereo poi capovolta su sensazioni dolci di tabacco e fette di pane a bruschetta, la bocca è una lama, secca, austera, pulitissima con sensazioni di cenere e frutta fresca, oltre ad un tannino giovane ma per nulla verde nè arrogante.

Osso S. Grato è rubino tendente al granato, più ritroso, chiuso, anche con sensazioni di ridotto, ha bisogno di tempo e calma, si districa a sprazzi tra sensazioni di radice di zenzero, soncino, cassis, al palato mostra una leggera stanchezza data da un’acidità  appena doma, nel contempo è sapido e con una bella trama tannica…lo aspettavo più lungo e complesso rispetto alla versione base.

Infine il Ghemme di Ca’nova, sempre 2005, vino di un’azienda di costituzione abbastanza recente (1996) che ha vigneti molto variegati, per esposizione e composizione dei suoli, dove produce non solo nebbiolo ed erbaluce, ma anche vitigni internazionali da utilizzare in blend col nobile piemontese.

Il bicchiere del Ghemme Docg si mostra differente dagli altri, il colore è più concentrato ma sempre granato, da buon nebbiolo di territorio, il naso è spiazzante: gesso, mineralità, in primis ma anche mirto, acceni di grafite e marasca, ha una bocca secchissima e un gusto molto polveroso e sapido, che richiama quelle belle sensazioni minerali del naso, è un vino molto elegante e sicuramente più pronto dei suoi fratelli di territorio, forse la mano è più moderna e anche i vigneti essendo giovani si esprimono con la vinificazione delle uve in maniera meno complessa ma più diretta.

 

Cla.

 

 

     

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