Anarchica a bruciapelo

 

Il rientro dalle vacanze estive, ma non solo da quelle, è sempre un emozione: dover riprendere la sveglia tra le mani per farla suonare alle 7,00 del mattino, vestirsi in maniera sistematina per essere ben conformato al mondo occidentale del lavoro,  essere produttivo, efficiente e soprattutto impegnato per i 2/3 della giornata, mi garantisce quel brivido freddo che dalla spina dorsale o meglio dall’osso sacro si spinge fino al cervelletto.

Allora senza neanche far terminare il mese di agosto, che è convenzionalmente destinato alla derubricazione di tutte le cose che si fanno durante l’anno, sono intenzionato a partire a razzo e cosa c’è di meglio di una ‘serata anarchica a bruciapelo’, di quelle che organizzi in 24 ore ‘a chi c’è c’è e chi non c’è ma chi se ne frega!!!’

 

 

Giro veloce di mail, ormai il telefono è superato per chi come me nè ha una certa allergia e preferisce la posta elettronica per essere meno invadente, per una formula ormai consolidata: 1 persona, 1 bottiglia di vino in carta argentata e 1 pietanza, poco altro da aggiungere, il gruppo si forma da sè con volti vecchi e nuovi del giro.

 

 

Numero perfetto 8, peraltro 4 uomini e 4 donne, caso molto raro, e subito si aprono le danze: Lucio taglia a fette la mozzarella di Battipaglia comprata da Isidoro di ritorno dal Cilento, mentre si impiatta un fiammante crudo di Parma tagliato al coltello.

Fosca apre le sue bollicine, scatta automatico il Cin, poi subito concentrati, naso fragrante, poche sensazioni di crosta di pane o pasticceria, orientamento olfattivo su note fresche non accomunabili a nessun vitigno, in bocca la temperatura un pò altina non fa perdere la pungenza del sorso decisamente fresco e dal buon corpo, non ci arriviamo senza aiutini ripetuti: Selim di De Concilis un metodo Charmat realizzato presso la Ruggieri e C di Valdobbiadene con uve Fiano, Aglianico e Barbera, se lo avessimo voluto fare apposta non ci saremmo riusciti ma il caso delle scelte individuali senza consultazione ha maritato alla perfezione il latticino e il vino della nostra natìa Campania (peraltro la stessa zona) nel primo giro di calici.

 

 

C’è sempre una prima volta e Marilena non si è fatta mancare l’aggiunta di un pò di sale sulla mozzarella di Battipaglia meno sapida di quella aversana, nel frattempo si impiatta il primo: passata cruda-gelata di pomodorini di Tramonti con colatura di alici di Cetara e tortino di vermicelli alle zucchine Bio e sesamo tostato (u’amena bell!).

 

 

Fabiola apre il suo bianco da 14,5°, giallo paglierino, naso intenso più che complesso giocato su sensazioni vegetali-speziate fresche (sembrava un blend sauvignon-pinot bianco) e fruttate (noci pesca e melone giallo) che orientavano qualcuno verso uno Chardonnay non del Nord.

Al gusto si mostra opulento, ricco, fresco e con un finale delicatamente ammandorlato, dopo aver girato per mezza Italia tra Verdicchi marchiggiani e bianchi trentini ci facciamo svelare che si tratta di un Vermentino Ruinas 2010 Colli del Limbara IGT Depperu, sui generis, godereccio e possente rispetto a molti Vermentino di Gallura pronti, immediati ma mediamente corti.

 

 

Si cambia registro e benchè siamo a fine agosto non ci facciamo mancare una ricca parmigiana di melanzane (quale periodo migliore per questo ortaggio di stagione!!!) alla napoletana (senza melanzane indorate e fritte) e 3 rossi che si giocano la mano della nobile pietanza.

 

 

Il primo nel bicchiere ha un colore rubino impenetrabile con un unghia decisamente granata, i profumi sono prevalentemente fruttati di marmellate e speziati di catrame e cenere, in bocca è grasso, poco sapido ma decisamente fresco e dal tannino in perfetta fusione, oggi il suo stato evolutivo è perfetto nonostante sia figlio dell’annata 2003 per molti produttori una dannazione.

Non super-toscaneggia nè ha eleganze piemontesi, potrebbe richiamare la mente a tagli meridionali con Merlot ma si tratta semplicemente di un Aglianicone o Aglianico Amaro, il nome dialettale dell’Aglianico del Beneventano prodotto dalla Vinicola de Angelis con sede in Sorrento nella versione Nero del Tasso 2003, figlio della moda dei vinoni masticabili della fine degli anni ’90 ma in questo caso per nulla sgraziato se non con una PAI non particolarmente lunga che và una spanna sotto la persistenza del sugo di parmigiana.

 

 

Le ultime due bottiglie dalle etichette mangiate dall’umidità della cantina di Lucio a Sant’Agata Sui Due Golfi parlano la stessa lingua, sono vini con 13 e 14 anni dal colore granato, mediamente concentrato, la boccia del 1998 non scaraffata si presenta al naso molto chiusa, ridotta mentre alla bocca particolarmente equilibrata, dalla bella trama tannica e con sensazioni che spaziano dal cioccolato ai chiodi di garofano lasciando
la bocca pulita e vellutata, nella bottiglia del 1997, in questo caso scaraffata, l’approccio olfattivo è ancor più evoluto su note appena ossidative e di spezie dolci ma in bocca a mio parere risulta molto più spigolasa con un tannino ruvido (acerbo quasi) e cattivo, cosa non percepita da Isidoro e Fosca che l”hanno trovata al contrario nebioleggiante e austera, è questo lo spirito dell’anarchica dal libero confronto, dove ognuno resta delle proprie idee e percezioni.

 

 

Si trattava di due Aglianico del Vulture: Rosso di Costanza 1998 di Tenuta Le Quercie e Rotondo 1997 di Paternoster, la coicidenza ha voluto che in serata provassimo nei primi 5 vini 4 espressioni di Aglianico.

La parte finale della serata è stata un tripudio di sperimentazione tra gli sformatini al cocco di Marilena, marcatamente dolci (zucchero di canna in eccesso) e aromatici, e la torta di ricotta, cioccolato e melenzane rossa della Premiata Ditta Tortorelli, oltre che sorseggiando un vino rosso liquoroso greco dal nome impronunciabile (IMPERIAL ACHAIA CLAUSS-VIN DE LIQUEUR-MAVRODAPHNE 15%) dallo stile Old Marsala ai tempi di Woodhouse, ma anche il Vin Santo di Antinori talmente d’antàn da non avere il millesimo, essendo nella denominazione Vino da Tavola, nella sua fase post-evolutiva

 

 

E’ stato necessario allora correggere il tiro con due chicche, il colore oro antico e i profumi inebrianti aprono un’altra galassia, in bocca quella sensazione di miele di rabarbaro, datteri secchi, nepitella essiccata si fonde con delicatissime sensazioni di dolci frutti della martorana e un finale per nulla caramellato ma anzi appena amaretto di carrube, esistono infiniti Passiti di Pantelleria ma Bukkuram di De Bartoli è un ‘cavallo di razza’ non solo nel prezzo e nella bottiglia da 0,500 che finisce solo a guardarla.

Infine accendiamo un Cuaba Figurados  , cubano delicatissimo, che nelle precedenti 2 volte in cui l’avevo acquistato non mi aveva convinto, soprattutto nel tiraggio, mentre in questa occassione ha sfoderato una fumata perfetta e delle sensazioni gustative molto eleganti lasciando una bocca pulitissima anche al risveglio il giorno successivo, cosa non comune in molti sigari.

Poco altro per la cronaca, solo molto relax fino ad oltre l’una di notte nonostante il giorno successivo fosse lavorativo per tutti! 

 

 

 

Cla.

 

   

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