Quel gran genio del mio amico…

Per iniziare senza presunzioni di sorta

 

Lungi dall’essere una ‘pavoneggiante cronostoria’ di quello che sbevazzo occasionalmente con vecchi e nuovi compagni di dipendenza da alcol (quello buono per quello che si può!), ma semplicemente una condivisione goliardica degli infiniti modi di leggere una serata con al centro il tema vino ma con intorno tutto il resto…donne, sport, matrimoni di successo o naufragati, lavoro, crisi globale, manovra fiscale e quant’altro…mi avvio nel flash back di una serata di fine luglio in previsione del prossimo incontro fissato per il 13 settembre, già con la quolina in bocca!!!

Tema della serata: ‘con questo caldo proviamoci un pò di bianchi per dissetarci, magari con qualche anno in più’, non proprio cortissimo ma rende l’idea.

Champagnotta di Dom Perignon 2002, 95 euro + iva alla cassa, strapagato per molti ma senza pensare allo scontrino un dignitoso sorso di una grande Maison: dorato opaco, bollicine numerose e sottilissime, naso complesso più che intenso, nessun incedere di lieviti e crosta di pane ma tanta canapa, curcuma, foglia di fico e una bocca grassa, tonda, più intensa che persistente, armonica assolutamente per me, senza spigoli per i detrattori ‘appassionati dell’eccitazione da lame affilate’.  La bottarga di Carloforte (eccellente) con pomodorini e olio extra e le mozzarelle aversane non hanno fatto le ‘schifittose’.

Il Pico, padrone e matador (lontano dal peso forma e dalle prodezze di Cavani) della serata, molla le prime di bottiglie in cellofan sul tavolo, dopo un pò scopriamo che sono figlie della stessa madre (Domaine Barat) ma di padre diversi (cru Vaillons e cru Les Fourneaux), annata 2008, un infanticidio dicono gli scrittori di guide del settore, per un qualsiasi Chablis che si rispetti.

Vaillons dal colore più carico e maturo nelle sensazioni gusto olfattive (erbe offcinali, mela golden, pera grand smith), mentre Les Fourneaux più minerale e lungo…entrambi li aspettavo più citrici ma il legno avrà inciso non poco dando cremosità e togliendo pungenza.

  

Due cru di Chablis

Mentre ognuno collabora,  parte un altro assaggio estemporaneo, altra bottiglia buttata così per essere palleggiata dai contendenti, gustando qualche sottile fetta di salame irpino di due tipologie tagliato da Alfredo con del pane cafone (vedasi la certosina precisione di Lello e lo sberleffo del Pico).

 

Personaggi poco raccomadabili…Alfredo, Lello e Pico

 

Bottiglia diretta, immediata, profumi appena fumè di affinamento in legno, rotondo, burroso netto di Chardonnay, ma anche acidulo, ricco di margheritine e pompelmo, Lina ha azzeccato che si trattava di un Mensault (Jobard), io sono lontano da queste intuizioni ma penso che benchè in progress già esprime una delicata eleganza.

Non manca la prima burla, saltato l’assaggio del Fiano di Clelia Romano 2008 per la muffa al tappo che ha pregiudicato il liquido, procediamo a ruota libera: colore paglierino/dorato, effluvi alpini di roccia e piante di montagna (arnica e genziana), il sorso è acido e sapido in maniera pronunciata, con sbuffi alcolici e un gusto che racconta di frutta matura e impiego di legni, il vitigno è Posip di Grgic, croato, che qualcuno azzarda comprato in qualche supermercato in qualche scorribanda estiva, in verità si tratta di una curiosa scoperta.

 

Colori e tradizioni altrui

 

 

Dopo aver granocchiato delle polpettine di macinato di Chianina e polenta intinte in senape Maille  granulosa, ci tuffiamo nella prima cervellotica batteria pensata dall’architetto (sempre il Pico) tutta targata 2006 e ovviamente coperta, le tonalità dei quattro bicchieri sono tutte paglierino con riflessi variegati, del Tocai COF di Miani ricordo le note vegetali di cardo che si alternavano a sensazioni di cagliata, un entrata in bocca dolce che poi termina ammandorlata ma anche un alcolicità molto pronunciata nonostante l’equilibrante sapidità…poco tipico anche con quella nota di pasticca di cebion nel finale.

Il Puligny Montrachet Domaine Laflave (biodinamico, ma chi se nè frega), era marcatamente tostato e pungente di cardamomo e di salmone affumicato, al palato è stato corposo, lungo, pulito più delle attese olfattive, di buona mineralità e nerbo acido…da rivedere!

La sorpresa dopo aver scattocciato la bottiglia è stata bella e piacevole, da Campani doc, per il Greco di Tufo di Pietracupa ricchissimo di frutta acida (cedro, pera spadone, mela annurca, sorbo e gelsi) ma anche molte note idrocarburiche per una bocca salata e acida anche se non particolarmente lunga.

Infine la Riserva di Bucci, un misto tra note boisè e mineralità calcarea, accenni floreali e di erbette di campo, si apre e si chiude su sè stesso ripetute volte, al gusto è ammiccante, teso, di bel apporto calorico, accompagnato da delicate note nocciolate e una freschezza ripulente…sempre un bel pezzo di Verdicchio! 

 

Prima batteria seria

 

Prima ch
e sia troppo tardi e che l’alcol si faccia sentire, senza una logica come per i vini in batteria (Pico mi scuserà, le sue batterie hanno sempre una logica extraterrestre!)  faccio la foto di gruppo.

 

La gruppata…un pò meno seria!!!

 

Intermezzo per pulirsi la bocca, sempre al buio, viene servito un sorso da una renana (non una donzella dalle Valli del Reno?!?) il colore fa presagire l’età approssimativa, dorato, naso di ruggine, ferro, pietra focaia, poi cerfoglio secco, bocca untuosa, masticabile, sapida e fresca in primis poi lungamente pulita, nessun accenno tostato o assidativo o anche di frutta matura, regge una bellezza la provola di bufala e il salame residuo…gli autoctoni, Lello e Alfredo non si fanno scappare che si tratta di un Greco delle loro zone, di quelli fatti bene: Vadiaperti 1994

 

Greco di Tufo d’antàn e il polpo verace all’insalata

 

La serata è ormai arrivato al suo picco, quindi è giusto che entri in gioco l’insalata di polpo verace con verdure, la foto di sopra può ben raccontare profumi e sapori provati.

Altra batteria questa volta annata 2001: primo bicchiere dal naso glaciale, floreale di gelsomino e minerale di ciottoli gessosi, in bocca è armonico e avvolgente col suo ritorno di roselline…Terlan non sbaglia un colpo col suo Volberg, Pinot Bianco che sfida il tempo nella sua costante semplicità. 

Nel secondo bicchiere un giallo antico dal naso glutammatico, tonno in scatola e insaccato non proprio elegante…al palato il sorso è stanco, mediamente fresco e salato, ma zolfato e di scarsa PAI…Fiano di Avellino Roseto di Struzziero uno che rappresenta la storia del vitigno in Irpinia.

Terzo contendente: paglierino carico, naso frontale di anice, santoreggia e iodio, in bocca è ruvido, rugoso, acidulo, ulteriore bella espressione di Verdicchio dei Castelli di Jesi, meno complesso di Bucci ovviamente, San Lorenzo Vigna delle Oche.

Infine ultimo bicchiere per un vino paglierino matto, dalle sensazioni olfattive marcatamente dolci di frutta, spremuta di ananas e fiori di cappero, accenni ossidativi che si ripropongono al palato in una beva che non ha retto al passare del tempo accentuando la sua verve nocciolata: Vernaccia di S. Gimignano Montenidoli Carato.

 

Seconda batteria seria

 

La personale caponatina di Pico con pomodorini ciliegina, rucola selvatica, capperi, olive amare, grana, olio pugliese e pane raffermo tostato, ha dato i carboidrati che qualcuno cercava.

 

Caponatina del Pico

 

Maurizio ha voluto portare una sua bollicina: Michel Arnauld Le Grande Cru, uno Champagne che gioca di fino con accenni lievitati e tostati da un lato e dolci-lattici dall’altro, la carbonica è ancora troppo invasiva e pungente nonostante il finale dolcino e senza troppo nerbo caratteriale che però non ha mancato di pulire le papille gustative dalla burrata pugliese e dai nodini di fiordilatte. 

 

Lo Champagne di Maurizio e la burrata pugliese con i nodini

 

Di corsa verso il dolce con la Malvasia di Bosa di G. Battista Columbu purtroppo ‘infetta di muffa da tappo’ e il Riesling Auslesse Donnhof 2005,  nettare dolce di susina, sulfureo, pietra vulcanica, naso verde di nepitella e finocchietto, al gusto è acido più che sapido, grasso e con una lunga persistenza nonostante la giovane età.

Non contenti si stappa Belle Epoque di Perrier Jouet 1985: dorato, odori di fieno, erbe secche, datteri, noce, in bocca mostra ancora effervescenze dopo 26 anni, richiamando prevalentemente note ossidative, citriche e di crosta di pane, con una vitalità ancora non completamente doma.

 

Per finire…

 

Quando ormai eravano rimasti solo in 4, nel senso che il gruppo irpino, per ragiorni di opportunità avevano preferito abbandonare la tavola per non rischiare la galera per tasso etilico in auto superiore ad una cantina in fase di fermentazione alcolica e qualcun’altro aveva giustamente pensato che l’una e trenta poteva essere un orario giusto per tornare a casa in previsione della successiva giornata lavorativa, il Pico scende silenziosamente in cantina a prelevare la bottiglia che rappresenterà il bicchiere della staffa.

Nel bicchiere un bellissimo mattone granato con unghia aranciata, naso di ridotto, ma cosa ci potevamo aspettare dopo 30 secondi dall’apertura, e quindi aspettiamo con pazienza: trielina, terra bagnata, rugine, frutta in macerazione, entrata nel naso appuntita con sentori di benzene…sembra una schifezza, ma tutt’altro, sono tutti sentori terziari privi di ossidazione e peraltro sensazioni molto nette da liquido vivo.

Bocca sottilissima, fresca, succosa, per nulla
polverosa, anzi acidulo di frutta (uva spina, ribes), niente fumè o note tostate, poi esplosione di cannella e bacche di ginepro, enormemente sapido, lungo e pulito, ma anche aristocratico e fine, di perfetta armonia…eccellente rosso d’antan per finire: I sodi di S. Niccolò 1986 – Castellare, Chianti in versione classicissima, Sangioveto e Malvasia Nera, eccellente non solo per Wine Spectacor, quando Grande non vuol dire necessariamente di Massa! 

 

…mancava un rosso!!!

 

Cla.

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