Ritocchi di Taurasi da tradizione

Taurasi e Mastroberardino: un binomio inscindibile

 

Non capita tutti i giorni di avere l’opportunità di assaggiare, insieme, tre annate di un vino ”primadonna” e quindi, colto al volo l’invito di Rosario Russo (titolare della storica Enoteca Partenopea di Viale Augusto – Napoli), eccomi fiondato, in questo sabato novembrino ma tanto primaverile, oltre la grotta che divide in due Napoli, pronto a verificare se la memoria sensoriale di precedenti assaggi del Taurasi Radici Riserva dell’azienda Mastroberardino troverà riscontro in quelli odierni.

Le annate presentate in questa (mini) verticale sono tre: si parte dalla mitica 1999 – oggetto anche della ”special edition” chiamata ”Centotrenta”, celebrativa degli anni di vita dell’azienda – per passare, in progressione, alla 2001 ed infine alla 2004.

Si tratta di tre millesimi dalle caratteristiche soggettive ben definite nella loro diversità e che si tratteggiano con dettaglio ancor maggiore nell’assaggio comparato: all’opulenza del ’99 e del ’04 (sebbene in quest’ultimo prevalgano nettamente le note giovanili, in larga parte fruttate) si contrappone una certa sottigliezza, peraltro soffusa ed elegante, del ’01 che, pur ad un decennio dalla vendemmia, pare ancora volersi nascondere, negando un vero appagamento sia all’olfatto che, soprattutto, al palato.

 

Il fil rouge che lega i tre vini è, senza dubbio, l’eleganza, strutturale sì ma non esibita, solida ma non muscolare, da ginnasta piuttosto che da wrestler; si nota un certo under statement, da giacca e cravatta piuttosto che da camicia aperta con tanto di catena d’oro, l’essere anziché l’apparire.

 

L’assaggio, ancorchè quasi a digiuno, lascia sensazioni austere ma non opprimenti, ed invita ad un riassaggio, perché il corpo, pur presente in quantità, si distende in una  progressione da mezzofondista più che da velocista, facendo presagire che, con adeguati abbinamenti culinari, le caratteristiche dei vini si espliciteranno ancor di più: il ’99, con le sue note affumicate e di tabacco, è assolutamente pronto per qualsiasi tipo di carne rossa sottoposta a cottura prolungata, anche con l’utilizzo di spezie, perché la trama tannica, ormai risolta, è un velluto di impareggiabile morbidezza.

Vedrei il ’01, che risulta apparentemente più esile pur se permeato di sostanziose note di frutta rossa matura e bilanciato nei tannini, esaltare la cacciagione da piuma ed il pollame nobile in salmì; l’annata ’04 mostra potenzialità di ampio respiro, con la sua mineralità spinta e qualche accenno di tabacco e pepe nero, ma alcune note troppo ”verdi” mi portano soltanto a consigliarne una paziente attesa ed una lunga conservazione in condizioni ottimali di cantina, affinchè, fra qualche anno, possa adeguatamente allietare un’allegra tavolata invernale.  

 

**post, contenuto e fotografie dell’amico Luca Miraglia

 

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