Il Pio & l’Opol

 

E’ quasi un ossimoro mettere insieme queste due bottiglie agli antipodi per annata, territorio, uvaggio, affinamento e chi più nè ha più nè metta ma accomunate da una cosa: hanno lasciato il segno!!!

Naturalmente per motivi diametralmente opposti, ma entrambe hanno suscitato in me un felice stupore, come vedere il vecchio e il giovane che si incontrano e parlano ognuno con la propria lingua comprendendosi vicendevolmente e io a distanza cercando di capire il contenuto del confronto.

 

 

Un Barolo base, nessun cru, semplicemente di annata, un 1989 dell’azienda Pio Cesare, storica e neanche tanto piccolina con vigne prevalentemente in Alba, che si mostra opaco, granato, dall’ovvio profumo terziarizzato di vaniglia, bacche di ginepro, note ossidative, poi l’ossigeno gli dona spunti di torrefazione da caffè e un manto gessoso (mineralità) e quei ricordi di more selvatiche di una gioventù andata, ciò che spiazza non è l’olfatto ma il gusto: acidità in primis, tannino vellutato e asciugante, una sapidità che esce con la deglutizione, un sorso che per gli amanti delle bottiglie impolverate lascia il segno, ti spiazza perchè ad un naso così evoluto ti aspetti un vino molle, piatto, su letto di morte e invece no, per niente, un sorso che riprovato il giorno dopo lo stappo ha mostrato un equilibrio invidiabile e una lucida vivacità di nobile ancora in auge!

 

 

E poi dopo aver conosciuto in premieur il suo Nebbiolo (Millenovecentotre) prelevato dalla botte fresco di imbottigliamento a casa dell’amico Luca, ecco l’Opol di Enrico Togni viticoltore di montagna della Valcamonica, un progetto prima di tutto: salvare le vigne vecchie del territorio e remunerare adeguatamente gli agricoltori locali.

Poteva sembrare una scelta di marketing per farsi pubblicità ma nel bicchiere subito ti rendi conto che oltre al progetto c’è la sostanza, la piacevolezza, la godibilità di un sorso che non fai appena in tempo a entrarci in confidenza che già la bottigli è finita.

Ma quale scelta pubblicitaria, sto cavolo di vino è un succo di territorio, rubino purpureo di buona concentrazione, l’uvaggio comprende uve da vigne vecchie (almeno 25 anni) tra Barbera, Schiava, Incrocio Terzi e altre tradizionali del territorio vinificate separatamente e dopo la malolattica assemblate a freddo.

Che olfatto seducente: uva fresca, violette, ribes appena colti e messi in bocca, poi ventate vegetali di radice di liquirizia, chinotto, infine una chiusura minerale-calcarea, non esagero c’è veramente tanto nel bicchiere ma espresso in maniera molto semplice e facilmente distinguibile, poi non vedi l’ora di assaggiarlo per verificare in bocca le aspettative e a questo punto scoppia l’incanto: tannino per nulla ristico ma delicato, cosa riscontrato anche nel Nebbiolo di Togni, quasi timidamente dietro le quinte, poi tanta freschezza, che ti disseta e ti spinge al riassaggio e per concludere quel accenno minerale che rilascia un granellino di sale sulla lingua. L’alcol e chi l’ha sentito, io l’ho bevuto come fosse acqua fresca e ho immaginato un peso piuma sul ring saltellare intorno all’avversario e colpirlo di fino con sinistro incociato e gancio-destro…un vino esagerato!!!

Non vedo l’ora di vederci a gennaio per raccontare del Viticoltore di Montagna e dei suoi vini con una delle serate Grappolo Spargolo presso i Coloniali di Lina Esposito eccezionalmente rimandata da dicembre.

  

Cla.

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