Due vecchie canaglie!?!

 

Capita molto spesso, durante le personali peregrinazioni enoiche, di imbattersi in bottiglie palesemente troppo giovani per lo stappo, del tutto immature, ancora agli albori del proprio percorso di vita, e poi ci si pente per avere forzato la mano al tempo, agli anni, il cui scorrere è elemento fondamentale per una creatura viva come il vino; e, quando si parla di vini campani, sia bianchi che rossi, è ormai acclarato che l’elemento ”tempo”, sapientemente dosato, rappresenta un quid in più di emozione.

Capita poi, ogni tanto, di averla davanti, una di queste arzille vecchiette, bottiglie sapientemente conservate per lunghi anni, sapute aspettare e giunte finalmente al traguardo dello stappo e della fascinazione della mescita: a me se ne sono presentate addirittura due, in una delle primissime bevute di questo 2012, sobria ma quanto mai appagante.

E, dunque, ecco il Falerno del Massico ”Camarato” 1997 di Villa Matilde e l’Aglianico del Taburno 2000 di Fattoria La Rivolta: la piana dell’Ager Falernus nella sua massima espressione raffrontata ad un rappresentante di rango del Sannio beneventano, ormai giunto, grazie a molteplici espressioni di grande livello qualitativo, ad una fama che ha abbondantemente superato i confini regionali.

Bella l’etichetta d’antan della creatura di casa Avallone ed altrettanto bella e descrittivamente esaustiva quella della bottiglia di Paolo Cotroneo.

Già dal colore i due vini denotano di essere in una fase di piena maturità, sebbene la brillantezza sia ancora spiccata e per nulla tendente a tonalità decadenti: la tipicità del vitigno si manifesta appieno, avvolgente e quasi impenetrabile nelle sue nuances, in una trama rubino granato fitta e di grande concentrazione.

Lo scenario non muta, per ambedue i vini, sotto l’aspetto olfattivo: ad un primo impatto molto intenso ed ”animale” (segno chiaro dell’età) segue un arcobaleno di frutta in composta (amarena, mora e ribes) che evolve verso note balsamiche e speziate le quali tuttavia, nel caso dell’Aglianico sannita, anche a distanza di un giorno appaiono maggiormente equilibrate ed allo stesso tempo sfaccettate, contro un certo appiattimento del Falerno su toni minerali (grafite) sui quali si affacciano sbuffi alcolici molto evidenti.

Purtroppo – ed è stata una sorpresa non piacevole – quest’ultimo ha evidenziato, sin dal primo sorso e poi ai successivi riassaggi, un sottofondo acetico che ha penalizzato il calore ancora evidente dei tannini ed un’inesausta sapidità; l’Aglianico beneventano si è invece palesato in piena forma, con tannini vivi e guizzanti, sia pure ormai composti: grande freschezza e suadenza, note iodate e netto finale minerale, non privo di una sua peposità che lo ha reso molto, molto lungo.

Un’esperienza piacevole, intrigante ed istruttiva, e se l’inizio è stato questo …   

 

Luca Miraglia

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