Figli di un Bacco minore…i bianchi

 

Devo ammetterlo sono diventato limitato (lo sono sempre stato!) e non poco, ma è un pò di tempo che non riesco a trovare sussulti da un buon sorso di vino bianco e giuro non mi sono fermato a poche bottiglie (bottiglie campane e non), tanto da preferire quasi esclusivamente rosso tout court anche per accompagnare preparazione semplici a base di pesce, ormai che l’assioma pesce-bianco è ormai da oltre un decennio caduto miserabilmente sotto i colpi, in questo caso benefica, della globalizzazione…ricordo ad Ischia quando agli inizi degli anni novanta i tedeschi bevevano rosso sul pesce e molti li deridevano, non comprendendo che il differenziale spread era già a quel tempo molto ampio!

Nella serata in cui meno mi aspettavo di trovare vini bianchi beverini e di facile abbinabilità dal nome ‘figli di un Bacco minore…ma sarà vero?’, invenzione di Luca Miraglia con il mio semplice apporto gastronomico, organizzativo e di due vini, uno di apertura (Trabianaaz di Grazieno) e l’altro a chiusura (Malvasia di Vulcano Lantieri) della cena tra amici, mi sono dovuto presto ricredere con assaggi fuori dal rumore mediatico e dalla grande distribuzione professionale ma assolutamente viscerali.

Quattro vitigni non blasonati, si potrebbe dire di fascia B: Garganega, Trebbiano modenese, Spergola e Malvasia di Vulcano, che interpretati con avvincente personalità da altrettanti produttori hanno raccontato come si può gioire nel comprare ancora vino a circa 10,00 (eccetto il passito…ci mancherebbe altro viste le rese e la cura amorevole in vigna e cantina) che non sappiano solo di banana, ananas e limone spremuto ma che raccontino di percorsi enologici ‘altri’ soprattutto con al centro il territorio!

 

 

Per acquistare il Tarbianaaz (trebbianaccio) di Vittorio Graziano bisogna andare a trovarlo a Castelvetro di Modena o tempestarlo di telefonate e fax, ma anche in quel caso non vi sono certezze di riuscita, il suo Trebbiano modenese fatto con macerazione sulle bucce per 15 giorni e chiusura del cappello riemerso delle vinacce con cemento per circa 3 mesi, rientra nella categoria degli orange-wine ma lui se nè frega…questo è il vino che gli hanno raccontato i contadini del luogo e che lui ripropone in maniera semplice quanto rigorosa.

Aranciato, primo naso di Marsala, ossidazione si ma quella buona, profumi di nocciola, aloe, marasca, poi tanta mineralità di silice, con la roteazione del bicchiere esce fuori una sensazione di pomodoro secco sott’olio e succo centrifugato di peperone rosso…sembra un vino pessimo a raccontarlo, tutt’altro: un neutro bruco di Trebbiano che è diventato una falena, ma non stile tutta ciccia e brufoli alla Marina Cvetic (scusate il paragone irriverente per il suo Trebbiano d’Abruzzo che ho tanto amato in passato)!!!

Fresco, salato, ruvido, pulizia del cavo orale eccellente, lunga persistenza su note balsamiche, alcolicità, misurata e morbidezze mai sgraziate…entra come una pugnalata e si allarga in bocca come una sciabola!

Perfetto con salumi e risotto alle verdure (zucchine o broccoletti), non oso immaginare con crudo di calamaretti, scampi e gamberi freschi…la bruschetta preparata per l’occasione, di kamut con stringata di nero casertano, pesto di pistacchi e balsamico caramellato casalingo ha fatto l’inchino.

 

 

Cavolo, chi non conosce Angiolino Maule, un vulcano che in un corpo esile nasconde un fiume in piena, basta dargli corda per passare un intera giornata a parlare di vigna, viti, terreni, concimazioni e tutto quello che traborda dalla sua inarrestabile ricerca di vini veri e il più possibile naturali in bottiglia e ‘non solo a parole’ ma lavorando sodo e continuando nella ricerca applicata e nel confronto costruttivo con altri produttori e Università.

In bottiglia il blend Garganenga in prevalenza e Trebbiano, è trasparente ma appena messo in frigo diventa velato, nel bicchiere si mostra dorato opaco, profumi inizialmente dolci: uvetta sultanina, zenzero candito, thè verde, poi tutta la carica minerale di polvere di gesso, ciottoli marini, ma anche l’odore del succo d’uva in fermentazione..troppo facile dire fiori di acacia per l’affinamento del vino in questo legno ma ci sono, il giusto tempo lo spinge su sentori vegetali ed erbacei freschi.

In bocca è smilso ma dissetante, sapido, di media freschezza, appena sabbioso, si riaccende con i sorsi ripetuti donando al palato sensazione di pinoli freschi, ananas essiccata, paglia…un vino con il quale aprire qualsiasi cena…magari in piedi masticando voul au vent con stracchino, finocchiona e noci o con robiola, speck e nocciole o ancora con ricotta e lonzino al rosmarino, esagerato ma è bello immaginare ciò che già si conosce al gusto.

 

 

Si ritorna tra le dolci colline emiliane a 250 m.s.l.m. a far conoscenza con la Spergola, vitigno antico della zona di Scandiano-Ventoso-S.Ruffino-Casalgrande, valorizzato da 5 aziende locali e provato in questa versione 2007 di Tenuta di Aljiano.

Mezzo ettaro di vigneto, coltivato in bio con sovescio di leguminose e resa bassissima (45 q.li/ha), vendemmiate in accennata surmaturazione, produce un bianco dai 15°, paglierino carico con appena qualche particella in sospensione, nessun incedere dorato, nessuna sensazione olfattiva di frutta cotta o in confettura, ma al contrario la coltivazione su terreni argillosi-sassosi di questo vitigno dona al vino dei profumi da bianco alsaziano: pomice, idrocarburi, sensazioni calcaree e minerali, ma anche di percoca (pesca gialla), si chiude d’improvviso e ha bisogno di ventate di ossigeno per allargarsi su chiare note di pasta madre e pan brioches, l’impatto è marcatamente verticale senza concessioni alla piacioneria. Al gusto è
caldo, avvolgente, salato-sapido, ammalia la sensazione di foglia di fico e prugna gialla, si assesta molto velocemente al palato lasciando una delicata quanto gradevole nota ammandorlata che allunga la piacevolezza, un bianco ricco ma non rotondo, sorretto da adeguate asprezze e da una sapidità terrosa che richiama il flan di patata gialla, cicoria e cipolla su fondue di caciocavallo previsto in abbinamento, ma anche un coniglio in porchetta e perchè non osare, dei tagliolini all’uovo con brodo magro di pollo, ‘altro che vinelli snelli senz’anima o bianchi dorati da camino che stancano dopo un sorso!’
 

 

 

E’ infine un condensato di emozioni, io mi sono commosso (non scherzo) a leggere la lettera che la signora Lantieri ha scritto all’esperto giornalista enogastronomo Roberto Giuliani e grazie all’amico Luca Miraglia non ci siamo fatti sfuggire l’acquisto di qualche bottiglia di Malvasia di Vulcano, ancora non imbottigliata in loco, ma siamo solo alla terza vendemmia alla quale possa darsi questo nome.

La passione e la tenacia in qualsiasi campo possono portare al successo, ma queste stesse virtù posso essere la benzina per realizzare un sogno, quello di produrre il vino che si era provato per tante volte, durante le vacanze estive molti anni prima, nella impervia e bistrattata (per lo sviluppo edilizio e turistico non sempre controllato) isola delle Eolie.

La Malvasia è spesso sfacciata, sgraziata, con quei suoi profumi assordanti, intensi, verticali, arroganti…in questo caso l’eleganza è ciò che rende questo concentrato di uva un nettare carezzevole come la mano di una nonna sulla guancia del nipote amato.

Oro zecchino, trasparente, luccicante, la carezza profuma di iodio, cenere, felce, fico moscione, albicocca secca, il sottofondo è marcatamente iodato, ma non metallico, sono tutti profumi delineati e fini che richiamano velocemente il sorso, un gentil sorso: sapido, fresco, caldo con sensazioni pseudocaloriche per nulla pesanti, si spalma nel cavo orale come una seta e lascia al gusto un pout pourri di fiori bianchi ed erba secca, uva di Corinto,  una vegetalità di fiore di cappero fresco masticato e poi tanta frutta e quelle note terrose che il terreno vulcanico è stato in grado di donargli.

Una elegantissima Malvasia che con la sfogliatella napoletana, riccia o frolla che sia, ha steso tutti, ma anche con un caprino lucano a pasta fiorita è stata in grado di ripulire la bocca e spingere ad un nuovo sensazionale boccone, ma perchè non sorseggiarla con un sigaro Toscano, un delicato Modigliani per realizzare un matrimonio d’arte allo stato puro, io c’è lo vedo!!!

 

 

Cla.

 

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