Figli di un Bacco minore…i rossi

Forgiarin…Barbera e Co…Ruchè di Castagnole Monferrato e Dolcetto di Ovada

 

Come iniziare a raccontare di vini che nascono per non stupire ma per farsi bere, come dovrebbe essere sempre per un alimento contadino, con quella distratta leggerezza, semplicità, con quella rara affabilità che si incontra solo in uomini genuini e veraci fin dalla prima volta che si conoscono.

Ecco questo è quello che mi hanno fatto pensare questi assaggi in sequenza: ad una persona che ti viene presentata per la prima volta e che fin da subito si sintonizza sulle tue stesse lunghezze d’onda e non posso non immaginare allora a chi questi vini li ha voluti, realizzati e messi in bottiglia per trasmettere un pò di se stessi agli altri.

Emilio Bulfon, un folle assimilabile ad un archeologo della viticultura, che nel corso degli ultimi decenni ha cercato, ritrovato e valorizzato una serie di vitigni indigeni della zona delle Grave in Friuli, il Fornarin 2006 (dalla località Fornaria dove il vitigno è stato trovato) è il classico sorso beverino ma mai banale, rubino concentrato a tratti impenetrabile, parte con sentori di ceralacca, forse un accenno di riduzione, poi d’improvviso quelle sensazioni olfattive a metà strada tra il terroso e la frutta di bosco, subito alla mente: la mora selvatica e il ribes, ma soprattutto tanti fiori (ibisco, viola, ortenzia).

Al gusto è scorrevole, all’inizio tannino e sapidità sono poco pronunciati ma c’è tanta freschezza, non di quella tagliente ma quella agro-dolce da piccoli frutti rossi (more in confettura), una discreta materia e un’equilibrata alcolicità rendono il sorso molto fluido ma poi d’improvviso vien fuori quel rustico tannino che richiama un boccone di pasta, quella ruvida e granulosa magari con broccolo nero, guanciale e ricotta di pecora salata, perchè il vino non dev’essere cervellotico ma deve accompagnare la buona tavola di tutti i giorni

 

Cortecce con broccolo nero saltato in guanciale e ricotta salata irpina

 

E poi Coutandin direttamente dai declivi scoscesi della Val Chisone sulla strada che da Torino porta al Sestriere, le spettacolari piste del Sestriere, a far il Barbichè 2007, una ‘Barbera di montagna’ (come quella di Togni in Valcamonica) in blend con chi sa quanti autoctoni impronunciabili (Becuèt, Avanà, Chatùs, Avarengo…), un vino prodotto in pochi esemplari che passa un anno in barrique non nuove per fondere meglio tutte le anime in esso presenti.

Rubino carbone, nerissimo, sensazioni nasali che si inerpicano tra il balsamico da vicks alla liquirizia, ma anche marasca, amarena, visciole fresche, dragoncello e una dolce sensazione di arancia candita (possibile!), in bocca è un crescendo, un sorso masticabile ma al tempo stesso secco, spigoloso, ruvido, di lunga persistenza e piacevolemente fresco, la moda del monovitigno ha un pò condizionato tutti, produttori & consumatori, ma quanti blend territoriali riescono grazie alle giuste alchimie, risultato di anni di tradizione, a conferire al sorso una spontanea e immediata piacevolezza. Il Barbichè è questo un blend d’altura generoso! 

 

Uva Longanesi

 

Si scende in Emilia  a Bagnacavallo (RA) alla ricerca dell’uva Longanesi dal cognome di chi quest’uva l’ha scoperta nel 1913 e valorizzata  dopo gli anni ’60 con le prime sperimentazione di vinificazioni e che oggi grazie ad un Consorzio ad hoc lo produce insieme ad altre 6/7 aziende locali.

E’ un uva che per lungo tempo e’ stata vinificata insieme con altri vitigni diffusi in loco, come Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon anche per la sua vigoria produttiva e una componente fenolica e polifenolica molto pronunciata.

La prima nota che emerge nella ‘Etichetta Nera 2006‘ è proprio un colore rubino impenetrabile con chiare pennellate violastre, risultato di uve vendemmiate in leggero appassimento su pianta, ha un naso ricchissimo di ribes nero e mirtilli, roselline, ginepro e mirto freschi, ha sensazioni muschiate, terrose, quasi stallatico, in bocca il tannino  è bello potente (22 mesi in rovere da 500l), la bocca orizzontale, con alcol e freschezza in perfetta sintesi, non spiccatamente sapido, ma dalla contadina lunghezza gustativa anche se non particolarmente complessa, non dimentichiamo che trattasi di vino di pianura (non stiamo in Valpolicella!!!), ma ha sicuramente potenzialità evolutive che lo arricchirebbero di altre originali sfumature, ma esprime già oggi un sorso molto gustoso e schietto da valorizzare con carni succulente o stracotti di vitellone, nella versione ‘etichetta blu’ una piccola parte delle uve viene sottoposta a macerazione carbonica e poi passata in legno da 500l per 12 mesi, offrendo un sorso di delicata fragranza da ‘giovincello tosto’, considerando che costa sotto i 8 euro e che ‘l’etichetta nera’ intorno ai 12, c’è poco altro da aggiungere…

 

Spezzatino di vitello stufato con castagne e radicchio

 

Infine un altro giro in Piemonte alla scoperta di due vitigni di minor blasone rispetto a Nebbioli e Barbere ma di lunga tradizione, in primis il Ruchè, rara uva prodotta in particolare nel comune di Castagnole dalla famiglia Verrua alla Cascina Tavijn che lo lavora da oltre 100 anni e con la passione della figlia Nadia ormai in biologico da un bel pò.

Annata 2006 che si presenta nel bicchiere color rubino scarico con unghia granata, appena velato (nessuna filtrazione), naso verticale e vibrante: caramella mou, citronella, violette, lamponi in confettura, sottofondo di geranei e carboni vegetali, veramente molto bello, in bocca benchè non abbia pretes
e di lunghi invecchiamenti, è pungente, vivissimo, tagliente, con tannino rugoso anche dopo 5 anni (solo acciaio), sapido, di sorretta alcolicità e assolutamente di una freschezza scorrevole che richiama un nuovo sorso…da goderne in grossi quantitativi senza timori di sorta!!!

 

E qui devo ammere un mio grossolano errore, ho lasciato il Dolcetto di Ovada ‘Gli Scarsi’ 2006 di Pino Ratto per ultimo, forse per rispetto forse perchè me lo aspettavo diverso, ma la sua delicata ed esile struttura e una evoluzione probabilmente più spinta delle attese mi ha deluso.

Pino Ratto è un mito nel panorama enologico italiano che produce due Dolcetti ad Ovada: Gli Scarsi per la limitata produttività dei vigneti impiantati nel ’35 e Le Olive per la presenza della vigna tra gli alberi di Ulivo, dal carattere più rude e maschio.

‘Gli Scarsi 2006’ ha un naso che profuma di vino molto evoluto: castagne lesse, paglia, terra bagnata, accenni di erba cipollina essiccata, la bocca è tutt’altro: più viva, snella, delicata, femminea, anchè se con un tannino completamente svolto, c’è tanta mineralità e freschezza ancora appuntita ma un corpo esile che meritava il palco ad apertura serata e non alla chiusura…mea culpa, devo riprovare questo sorso di storia, assolutamente, sperando magari anche in una boccia più fortunata!!!

 

Cla.

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