L’unità nella diversità

Manna 2008 Franz Haas Dolomiti IGT

 

Questa costante diatriba dei giorni nostri, in rete come sulla carta stampata, tra vini industriali e vini artigianali, tra ‘piccolo è bello’ contro ‘grande è standardizzato’ mi ha stufato non poco, me come, immagino, molti consumatori più o meno consapevoli che cercano nel prodotto vino (ma anche in altri) la storia che c’è dietro una bottiglia ma soprattutto che un vino sia piacevole (SIA BUONO!!!), si faccia bere e ti riscaldi il cuore trasferendoti magari anche un’emozione non solo passeggera.

E allora Franz Haas, che non è un piccolo vignaiolo ma non è neanche un industriale del vino mi porta a pensare all’essenza delle cose, con questo blend di Riesling (50%), Traminer (20%), Chardonnay (20%) e per non farsi mancare niente anche Sauvignon (10%).

Dopo essermi infatuato per i Gewurtztraminer Altoatesini tanti anni fa, e chi non ci è passato (come rimanere indifferenti alla visione per la prima volta di Marilin Monroe), ho iniziato a spulciare ad uno ad uno i bianchi di quella zona quasi-sempre freschi, godibili, ripulenti, piacevoli, ma l’incontro con Manna di Franz Haas è sempre stato un’altra cosa, una storia a sè.

Ci sono stati momenti in cui ho odiato questo vino per quelle annate opulente che donavano al bicchiere un sorso sempre sapido e rinfrescante ma a tratti pesante e non facilmente digeribile, ma questo, oggi, col senno di poi mi fa ancor di più apprezzare il lavoro del produttore che non ha mai standardizzato i suoi prodotti seguendo, nonostante non si applicano i dettami del biologico o del biodinamico, le variabili del clima e del terreno.  

 

 

Un vino che mi ha sempre colpito per quel ‘equilibrio instabile’ tra grassezza ed eleganza, perchè non ha mai avuto i richiami ruffiani del Traminer nè quella spinta vegetalità del Sauvignon o la burrosità dello Chardonnay, proprio perchè il Riesling in percentuale maggiore rispetto agli altri vitigni fa da perfetto collante di diverse identità.

Paglierino con bagliori dorati, appena stappato ha un odore di balla di fieno in aperta campagna d’estate, un attimo è tutto il vegetale di questo mondo: timo, salvia, trifoglio, bouganville, ancora rosa bianca, iris, pesca kaiser, mela golden, pietra focaia, tutte sensazioni che si susseguono in una scala crescente.

Al gusto esplode tutta la sua mineralità (tipo grani di sale sulla lingua!) mista a frutti gialli centrifugati (pesca, licthi e prugne gialle mature), l’alcolicità c’è, ma si sente molto, ma molto dopo la deglutizione senza nessun sbuffo caldo che si riproponga in maniera arrogante, l’acidità è all’inizio delineata ma per nulla tagliente presumibilmente a causa di un parziale (30%) affinamento in legno e della malolattica svolta, ma poi quando le papille gustative si abituano a quella pastosa sapidità anche le note citriche emergono con maggior precisione riportando naso e bocca sugli agrumi (pompelmo).

 

 

E’ un bicchiere di grande piacevolezza che in accompagnamento col cibo raggiunge vette altissime per pulizia e precisione stilistica, io l’ho abbinato ad un trancio di spada dalla carne burrosa, grigliato con semi di crescione, coriandolo e sale grosso integrale dell’Atlantico su un letto di carciofi saltati in padella e aromatizzati con della buccia di limone…sono stato in silenzio per 10 minuti dopo aver terminato la cena…un motivo ci sarà!

 

 

Cla.

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