Personal-report su Verticale di Impeto Torre del Pagus

 

La partecipazione alla Verticale di 10 annate di Impeto dell’Azienda Torre del Pagus, Aglianico 100% del Sannio, presso il Ristorante Veritas di Napoli è stata l’occasione per imparare ancora qualcosa che andasse oltre i miei pregiudizi precostituiti.

Quali pregiudizi?

Primo, la surmaturazione delle uve e gli effetti sul vino;

secondo, l’impiego delle barrique per l’affinamento dell’Aglianico.

Invece ecco che se alla base di scelte produttive moderne c’è una filosofia di vino ben precisa e una coscienza produttiva a partire dalla vigna si possono ottenere cose di grande qualità, piacevolezza ma soprattutto di grande appartenenza territoriale.

 

 

 

La degustazione ha visto la partecipazione di Luciano Pignataro (giornalista), Marina Alaimo (sommelier ais Napoli), Giusy Rapuano (referente aziendale), Maurizio De Simone (enologo aziendale) e Pasquale Carlo (referente slow food Sannio) e si è svolta in maniera molto rilassata senza nessuno scopo commerciale e/o promozionale, ma con la chiara percezione che si trattasse di una serata di approfondimento per la stessa azienda la cui voglia di crescere e migliorare merita grande rispetto e attenzione per diverse motivazioni di cui non mi dilungherò a sottolineare con voluto rispetto.

 

 

L’Impeto nasce dall’idea di Luigi Rapuano, oggi assecondata e condensata dall’enologo De Simone (punto di riferimento di molte aziende non solo del territorio) che vendemmia l’Aglianico per questo top-wine aziendale una prima volta a metà ottobre (uve per il Sannio doc) e una seconda volta con uve surmature a metà novembre, attua una vinificazione ‘con raspi’ (tradizione) in tini conici esausti di castagno (territorio), un assestamento in cemento (storia) e un affinamento in barrique (innovazione) usate per circa 12 mesi, imbottigliando senza filtraggi.

 

 

 

Senza fare una descrizione dettagliata di tutte le annate degustate che diventerebbe lunga e monotona, mi interessa sottolineare come in tutti è dieci bicchieri c’è un filo conduttore rappresentato con spontanea vivacità e complessità dall’Aglianico coltivato ai piedi del Monte Taburno (Sannio) in presenza di terreni calcarei-argillosi e da un clima dalle forti escursioni termiche giorno-notte, ma soprattutto ci sono bicchieri rispettosi dell’annata, ognuno diverso dagli altri e mai risultato di una inutile quanto perdente standardizzazione.

La mia preferita è la 2001, prima annata aziendale, commuovente per delicatezza, precisione e complessità gusto-olfattiva (cacao, cuoio, more, pepe nero, mineralità e balsamicità), seguono la 2009 (campione di botte) dal naso naturistico e dalla bocca maschia, succosa e benchè in progress (legno) di avvincente sapidità, ritengo che se questo è il target aziendale la strada è in discesa, infine sul podio la 2005 che offre un’armonia purissima con al naso note agrumate, di fiori dolci, frutta carnosa e grafite e un palato ricco e delicato (tannino austero), appena sotto il podio la 2006, più diluita (meno di tutto sia al naso che al palato) ma sulla stessa lunghezza d’onda dell’annata precedente .

 

La seconda fascia  parte dalla 2008 vero e proprio Amarone del Sannio, annata eccellente, vino opulento, rotondo, maturo, equilibratissimo, di lunghissima persistenza, ma per me troppo, troppo ruffiano e poco identitario, segue la 2004 dal piacevole naso balsamico e speziato su godereccio sottofondo fruttato con sbuffi alcolici e punte tanniche ancora in fusione, la 2002 dal naso medicinale ma dalla bocca ‘scostumata'(armonica), cioè centratissima anche se poco complessa e persistente.

La 2010 la ritengo ingiudicabile essendo un campione di vasca di cemento, la mia scarsa esperienza in merito mi fa pensare a questo come un vino dal colore sbiadito per la tipologia e dal corpo ancora magro.

 

Infine il giudizio è negativo  per la 2007, risultato di una stagione difficile quanto arida, è un sorso secchissimo,verde, acerbo e scomposto, il meno piacevole insieme con il 2003 che risulta molto più evoluto rispetto ai suoi anni con un naso a tratti sporco (!!!) e con un gusto grasso (vedi 2008) ma assolutamente senza nessun legame tra le componenti morbide e dure.

 

Il giudizio conclusivo è più che discreto perchè i sacrifici fatti in vigna e cantina e, principalmente, la costante ricerca dell’espressione più nobile e tradizionale dell’Aglianico sannita si legge senza troppi fronzoli nel bicchiere e nella genuinità del sorso.

 

Cla. 

  

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