Naturale che è naturale!

Il tavolo di lavoro

 

Nasce dalla fervente ed effervescente mente di Luca Miraglia lo sviluppo di una serata alla scoperta di vini estremi o come meglio dire, di vini fuori dagli schemi delle logiche commerciali tout court, fatte di grandi numeri e di trasferimento di sensazioni spesso standardizzate.

Una serata volta a capire se questi cavolo di vini naturali, in una piccola sparuta batteria di 7 campioni, riescono a rappresentare qualcosa di significativo per il pubblico di consumatori medi, beh a dir la verità il panel formato per l’occasione può a buon titolo considerarsi nella categoria dei SOLITI ENOCERVELLOTICI, quel 5% del mercato dei consumatori di vino (1×1000 secondo l’ultra trentennale enotecaio Franco Continisio di Napoli), quelli che comprano e consumano fuori dalle logiche tradizionali e proprio per questo da ritenere poco affidabili se si vuole portare la pagnotta a casa e far quadrare i bilanci a fine mese e soprattutto poco da prendere in considerazione nelle note di degustazione, per quella spiccata componente emozionale e soggettiva che condiziona il giudizio finale!!!

 

Casa Coste Piane Valdobbiadene frizzante 2010:

Se per 20 anni hai sempre bevuto Prosecco tipo: Carpenè Malvoti, poi Mionetto, poi Ruggieri, poi Merotto, poi ancora Bortonomiol, Bisol, Foss Marai, per arrivare negli ultimi anni a Frozza  (tra i ‘colfondisti’ il meno estremo e quindi adatto ad un passaggio graduale alla versione dei Prosecco ‘sur lie’ rifermentati in bottiglia), allora può non risultare totalmente appagante questo sorso.

Casa Coste Piane è adattissimo alla mortadella Favola, mi ha intrigato per gli odori originali di freisa, glicine, uva bianca schiacciata e non per gli scontati sentori di agrumi e poco altro di infiniti Prosecco senz’anima, ma non mi ha ammaliato completamente perchè ad una spiccata mineralità (per alcuni del tavolo è la freschezza a prevalere!) e pulizia gustativa, non è seguito un corpo e una persistenza adeguata.

 

Camillo Donati Il mio Lambrusco 2008:

Versione sincera e non scontata di quello che dovrebbe essere un Lambrusco di territorio col vezzo della rifermentazione in bottiglia, si tratta della varietà Maestri a bassa produttività, altro che vino easy, questo è vino da salumi nobili: culatello, oca, guanciale…

Ha il colore di un carbone bagnato con venature purpuree ma soprattutto profuma di argilla, terra umida, succo d’acero, zenzero fresco, asfalto caldo bagnato dalla pioggia e melograno, e riconcilia la mente con la terra.

Ha una bollicina non grossolana e poco invadente  conferisce una grande pulizia gustativa che con quelle fresche sapidità e quel tannino ‘non schiocco‘ offre grande scorrevolezza al tavolo, da consumare a litri non solo su salumi e grana…

 

Podere Pradarolo Vej 2004:

Malvasia di Candia in purezza e peraltro in vesione secca, orange wine senza appello specie dopo 8 anni dalla vendemmia, come dice nei suoi appunti Luca Miraglia è un vino spiazzante: le note ossidative ricordano le lunghe macerazioni da rosso, le sensazioni speziate esprimono la capacità del vitigno aromatico di evolversi su pungenti sensazioni di dragoncello, anice, salvia in polvere e iodio (proprio quello che avverti avvicinandoti al mare!), è un vino che ha tanto di tutto: tannino (!?!), note salmastre, alcolicità decisa, mi spiace per la stanchezza delle sensazioni acide che non rendono scorrevole la bevuta probabilmente (sicuramente) facendo scavallare questa boccia oltre il tempo massimo datole da Dio nonostante le ottime intenzioni, arcaiche quanto aristocratiche, del dott. Carretti.

Bottiglia da riprovare sicuramente con qualche anno in meno, 3/4 sono sufficienti!

 

Flavio Roddolo – Dolcetto d’Alba 2006:

Altro produttore di nicchia amato come un feticcio da altrettanti bevitori di minoranze protette, che produce vini unici e umorali al tempo stesso, si pensa al Dolcetto e la mente si collega ad un vino serbevole ma solo se non consideri che ogni denominazione ha peculiarità tutte sue, quello di Roddolo è un rubino molto concentrato come ti aspetti dai vini d’Alba, granitico all’olfatto, compatto e ritroso forse come il suo produttore che si esprime solo a piccoli passi e mai in maniera prorompente.

La compatteza delle sensazioni olfattive (prugna, maroni, cannella, cacao amaro) si ripresenta in bocca con un spiccata freschezza e con un tannino molto austero da vitigno langarolo, un sorso lungo, terroso e sanguigno di quelli che ami o odi! 

 

Cantina Giardino – Sophia 2006:

Antonio De Gruttula e la moglie Daniela (insieme ad altri) propongono e realizzano questo vino all’interno del progetto Cantina Giardino che punta alla valorizzazione di vecchie vigne e metodi ancestrali di produzione.

A noi seduti al tavolo interessa molto tutto quello che c’è dietro una bottiglia perchè aggiunge un plus al sorso ma la prova fondamentale è la capacità dello stesso di trasmettere emozioni tangibili e palpabili, in questo uvaggio di Greco, Fiano e Coda di Volpe macerati in anfore prodotte in Irpinia, torchiato a mano ed elevato in piccoli caratelli esausti, si sente tanta vita.

Al naso c’è: incenzo, canfora, curcuma e ceralacca, poi mandorla fresca e curry, alla grande ampiezza olfatti
va segue una lunga sapidità gustativa e delle piacevoli sensazioni di pesca e albicocca essiccate, il quadro è completato da una decisa acidità di zenzero fresco tagliato e alcolicità avvolgente che completano il quadro decisamente spostato su sensazioni dure, l’ardito abbinamento con tagliatelle al ragù di cinghiale non trabordanti di sugo (perfette) è stato un originale partner.

 

Cooperativa Paterna – Vignanova 2003:

Un Rosso Toscano in Valdarno (AR), taglio classico di Sangiovese 95% e saldo di Colorino, vigne vecchie di 35 anni e impiego della barrique di 2 e 3 passaggio, è un vino che non ha espresso a pieno le sue potenzialità forse complice l’annata calda della bottiglia provata, l’ho visto granato già nell’anima, un Toscanaccio rude e rugoso, in primo luogo si esprime con sensazioni molto evolute: cenere, polvere da sparo, malva secca e solo in un secondo momento note di violette e frutta matura, al gusto conserva una certa magrezza in controtendenza a quanto sussurrato al naso, mi ha dato l’impressione di avere un buon attaccamento al territorio e alla tradizione ma poi di perdersi in una veste forzatamente moderna…un pò a mezza’aria!

 

Frank Cornelissen – Mungibel Bianco 3 2006:

Il vino più atteso della serata per quanto mi riguarda non mi ha deluso, uvaggio promisquo di Coda di Volpe, Carricante e Grecanico, color oro antico e prime sensazioni dal bicchiere per nulla delineate, anzi direi rimbalzanti, poi una costante: odore marino, iodio, alga Kombu secca, tanto vegetale di rucola selvatica e cicoria e pian piano sensazioni fresche di pera pennata e mela stark, la bocca è un TRIP, sembra di bere una Blanche des Honnelles, acidità sparata di agrumi, di cedro, salinità marina sopra l’Etna (!), corpo volutamente esile a invogliarti a bere senza pensare, cosa non buona nè giusta…infine una lunga persistenza su sensazioni di nespole acerbe e iris, senza dimenticare quella nota tannica da bianco macerato che non fa mai male, grande abbinabilità al cibo, anche per quel suo corpo molto centrato.

 

La Biancara – Pico 2007:

Garganenga da invecchiamento direbbe il vulcanico quanto smilzo Angiolino Maule, io ho fotografato un vino color oro indiano, appena opaco, ma è tutto nella norma, il naso è un bel sentire: vegetale, erbaceo, minerale di silice e gesso e poi ananas sciroppata, anice stellato e the verde, per il resto è un cru dove alcolicità e mineralità fanno a cazzotti sorretti da una freschezza non appuntita ma delineata e soprattutto da una complessità e persistenza che restano a lungo anche dopo la deglutizione.

 

Oasi degli Angeli – Kurni 2005:

La fama planetaria raggiunta da questo vino è sufficiente per aspettarlo come il figliol prodigo al tavolo, un Montepulciano con rese da Sauternes e cura maniacale in vigna come in cantina, una bottiglia icona per molti, una emozione fantastica di un bicchiere per me, senza avere la presuzione di voler fare il bastian contrario o il fenomeno.

A 7 anni dalla vendemmia è rubino privo di trasparenze ancora purpureo sui bordi, la sensazione provata al naso mi traslano in un caseificio di montagna, odore di burro zangolato, latte in ebollizione e poi tutta la marmellata biologica che vuoi: marasca, visciola, ribes, cassis e potrei continuare, ma non solo polpa anche piacevoli sensazioni di evoluzione nobile come smalto, cipria, carruba e ancora menta secca, nocciole caramellate, a starci un’ora uscirebbe anche Belen Rodriguez coperta di melata di bosco, è un naso accattivante quanto lei che porta all’estasi.

Al gusto è ancor meglio, più armonico ed equilibrato di quanto quelle sensazioni orientate al dolce possano far presagire, tutto è al punto giusto e anzi quest’annata è più centrata della 2004 che si è mostrata più cicciotta e dolcina al gusto in un mio assaggio di un anno fa.

Un vino eccellente per quello che c’è dietro la bottiglia e dentro, ma per il quale viene in mentre un dubbio: è più importante la vigna o la cantina?

Ma soprattutto mi pongo l’interrogatovo: ‘io e la mia morosa me la scolo in un venerdì sera di relax o nè lascio un terzo in bottiglia?’ Sarà un vino solo da V.I.P. e giornalisti di settore?

 

Superficiali conclusioni:

I bianchi da macerazione sono tosti da bere, specie in un tavolo di non intrippati come noi  nonostante la loro naturalità, spesso tendono a perdere l’identità del vitigno e anche del territorio a vantaggio della libera fantasia produttiva (macerazioni prolungate, terracotta, affinamenti in legni variegati…), forse andrebbe abituato il palato per poterli giudicare con maggiore cognizione di causa per valutarne la loro riproponibilità nel quotidiano.

 

Per i rossi salvo le dovute eccezioni, vedi Kurni, l’approccio naturalistico non stravolge la tipicità del prodotto in maniera strabiliante penso a Roddolo o a Donati, ma li rende vini di grande serbevolezza e autenticità e non ultimo di ottima abbinabilità alla tavola e agli amici che non si fanno troppe domande cosmiche quando bevono e mangiano.

 

Discorso a parte per i Prosecco ‘col fondo’, l’input è provarli e riprovarli e riprovarli, per amarli e abbandonare quei vinacci frizzanti agrumati, dalle bollicine grossolane e dal finale dolcino.

 

Cla. 

 

 

 

 

 

 

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