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Altri profili di Greco: T'ara rà
T'ara rà Campania Bianco Igt 2006 - Cantina Giardino
Amo il progetto "Cantina Giardino", la figura calmo-carismatica di Antonio di Gruttola e della compagna Daniela e soprattutto i suoi vini: ricchi, sfaccettati, complessi, profumati, originali, territoriali, stravaganti per molti aspetti, di gioiosa abbinabilità alla tavola e ai più disparati cibi. Ho aperto di recente il Greco T'ara rà, cangiante, dal colore oro indiano, leggermente opaco per assenza di chiarifica e filtrazioni, in un primo momento vien fuori la volatile invadente, ma dura relativamente poco, il tempo di mettere il pepe nero appena macinato su una provola fresca di Agerola in crosta di pangrattato. Il naso o meglio la moltitudine di sensazioni olfattive è l'elemento che mi fa perdere: incenso da benedizione, cedro candito, dragoncello fresco, pepe bianco, albicocche piccolissime del Vesuvio, sono tutti sentori orizzontali più che verticali, non come un pugno diritto sul naso ma come una mano aperta che mi scriscia sul viso lasciandomi interdetto e affascinato. Al sorso è subito spiazzante: tannino disegnato (parziale macerazione sui raspi di una parte delle uve oltre a 7 giorni sulle bucce), acidità da frutta giovane e polposa, piacevole alcolicità equilibrante rispetto alle spiccate durezze da rosso (!?!), poi una sapidità gessosa e metallica che richiama all'attenzione. Al gusto emergono piacevoli sensazioni di sedano, felce (molto vegetale) e peperone giallo mangiato crudo, non è particolarmente di corpo nè complesso ma benchè grandemente ripulente esprime un'altra nota dolente: la persistenza, cioè crolla abbastanza velocemente, lasciando poco al gusto, quasi come di fronte a un burrone dal quale solo a guardar giù ti viene un vuoto allo stomaco...Greco Irpino molto da aperitivo GROOVE più che da pasto, almeno in questa versione 2006!
Cla. 15:05 - 8/05/2012 - commenti {3} - Invia un commentoPinot Gris di 10 anni, normale in Alsazia
Audrey et Christian Binner - Pinot Gris 2002
Alsazia, terra bianchista, i pochi rossi prodotti sono giusto per accontantare la ristorazione locale, per gli amanti del Gewurtztraminer italici questa è la patria per eccellenza del vitigno di origine tedesca, io mi sono diretto invece verso il Pinot Gris, quasi a volergli dare importanza rispetto a bianchi più trendy (Riesling) o presenti in ogni dove (Chardonnay e Sauvignon). C'è da dire che in vini alsaziani, fatti bene (ci sono molte boccie monotone!), difficilmente non piacciono per quella dolce opulenza bilanciata da una freschezza citrica e una sapidità minerale, anzi dico di più, secondo me piacciono più ai neofiti che ai tipi enofighetti che non si fanno ingannare da quella beffarda nota di frutta matura tipo: passion fruit o licthy e bevono questi vini poco alcolici e di grande longevità più per vezzo che per altro. Binner è una realta storica sul territorio alsaziano, che opera con rese molto basse, impiego di legno grande e mai nuovo, ma soprattutto poco interventismo in cantina con utilizzo minimo di solfiti, assenza di chiarifiche e filtrazioni, cosa inimmaginabile se penso che il vino nel calice è paglierino appena carico, brillante, luminoso e privo di opacità, ma grazie a Dio esiste l'illimpidimento statico e l'utilizzo del freddo per far crollare le fecce ed eliminarle senza stress per il vino. Le sensazioni olfattive richiamano la botritis, cosa piacevole ma spesso catalizzante se eccessiva, in questo caso la piacevole sensazione muffata è arricchita da note floreali molto decise: iris, biancospino, orchidea e zuccherine note fruttate di albicocca e mango, per finire con odori muschiati e di salvia La boccia scende abbastanza velocemente alla continua ricerca di nuove sensazioni gusto-olfattive anche perchè il corpo polputo è bilanciato come previsto da decise acidità agrumate, una mineralità pastosa e da una gradazione alcolica da bianchi vintage (solo 12°), può essere una originale apertura di un pasto a base di cozze o pesce azzurro grigliato (tonno, palamita, aluzza, alalunga...) ma non mi vergogno a dirlo, è tra quelle bottiglie che ti consentono di fare il fenomeno con i bevitori di vino occasionali, del tipo: "ragazzi questo è un bianco di 10 anni, lo trovate vecchio? E' un vino francese, che non costa neanche tanto!"
Appunto personale: ero convinto che avesse un bel pò di solfiti per un leggero mal di testa successivo alla scolata (cosa che mi capita rarissimamente) ma, ex post, leggendo il sito aziendale ho notato di aver preso una cantonata trattandosi di azienda molto poco interventista, mah, forse la muffa nobile?
Cla. 22:53 - 20/04/2012 - commenti {5} - Invia un commentoIl Nebbiolo "rosato" di Donnas
Caves Cooperatives de Donnas - Larmès du Paradis Rosè 2010
Parlare di vino naturale in alcune zone può sembrare superfluo se esiste una tradizione ultracentenaria di vinificazione contadina che va oltre il concetto stesso di vino genuino, la Cooperativa di Donnas composta da meno di 100 conferitori anziani valorizza a circa 20 chilometri dalla famosa zona piemontese di Carema il Nebbiolo, localmente chiamato Picotendro, più altri vitigni locali (Fumin, Neyret, Pinot Gris) aumentando solo recentemete la gamma di prodotti commercializzati, il mercato e i conti lo richiedono! Mi ha subito incuriosito provare un Nebbiolo coltivato a circa 300 slm su terreni scoscesi e con vigne a pergola tradizionale, peraltro nella versione rosata perchè non immaginavo cosa potesse esprimere un rosato da nobile vitigno benchè dalle latitudini più rustiche di quelle langarole. Il rosato in questione deriva dalla fermentazione del mosto fiore, nel suo essere giovanissimo è nel bicchiere dal colore cerasuolo brillante, profumi molto intensi e spiazzanti: mela stark, pompelmo, mandarino, lamponi, more fresche, rosa, fiori d'arancio, peonie, direi sensazioni da mosto più che da vino, ma soprattutto rimanda a mineralità marine. In bocca è citrico, salato, dal tannino in sordina, di buon corpo e con ottima persistenza su note morbide e apparentemente dolci di fragoline di bosco e more di gelso, apparentemente, perchè subito si ricompone grazie alle asciuganti note caloriche, un pò fuori controllo proprio quest'alcol che si ripropone in maniera puntuale ad ogni sorso, peccato, è veramente l'unica nota stonata per un Nebbiolo atipico per questa sua schiettezza sgraziata ma dalla facile abbinabilità festaiola, penso a salumi poco carnosi ma grassi (guangiale, pancetta, lardo, mortadella), formaggi a pasta molle o anche a pasta filata (mozzarella e fiordilatte della costiera) peraltro a 6,5 euro in enoteca, vale la pena di subire un pò di alcol disunito e morbidezze da rosato!
Cla
10:14 - 11/04/2012 - commenti {0} - Invia un commentoAvevo deciso di riposarmi...
Azienda Agricola Mastroberardino
Dopo l'orgia di profumi e sapori dell'Hotel Columbus a Roma per l'edizione 2012 di Vini Naturali e la relativa full immersion compiuta nella giornata di sabato insieme ad un gruppo di fanatici dei vini fatti all'antica o meglio fatti secondo i dettati dell'agricoltura pre-anni '70 caratterizzata dal boom di prodotti di sintesi e di fitofarmaci per la crescita quantitativa più che qualitativa, mi ero ripromesso si dare una adeguata giornata di riposo etilico al mio organismo in nome di un giusto salutismo alimentare. Il programma era semplice: farmi invitare a casa della amata mamma napoletana e mangiare un pochino di pesce fresco stando lontano da sorsi alcolici, ma ben presto mi sono dovuto adeguare ad un nuovo registro, "oggi niente pesce, si mangia pasta al ragù con la relativa carne: gallinella, salsiccia, cotica, tracchie di maiale e due, giusto due, patatine fritte!" le sante parole ascoltate al telefono. Bene, abbandonata l'idea del pranzo light inizio a pensare al vino da portare, dopo aver bevuto in maniera naturistica per tutto il sabato volevo qualcosa che rappresentasse una rottura e allora dopo aver pallegiato con diverse bottiglie ho scelto quella di Mastroberardino, storia e successi della mia Campania, e precisamente una bottiglia di cui sento parlare pochissimo: Naturalis Historia 2000, ancora prodotta con prevalenza Aglianico di Mirabella Eclano da vigne di 40 anni e saldo (15/20%) di Piedirosso. Ancora, perchè da circa 5 anni questa bottiglia viene prodotta solo con Aglianico conservando però la metodologia produttiva cioè lunghe macerazioni e 3 anni tra affinamento in legno piccolo nuovo e vetro.
Sagnette fatte in casa con ragù alla napoletana
Per non farmi mancare nulla o meglio per sconvolgere la tranquilla domenica familiare mi sono messo ad impastare 300 g di semola di grano duro e 50g di farina di grano saraceno con un uovo intero e ho ricavato velocemente delle sagnette tagliate grossolanamente al coltello da far cucere per 10 minuti in acqua salata e da servire col tiratissimo (diciamo in italiano rappreso) ragù di cui sopra. Beh, che dire, il ricordo della bottiglia bevuta un quinquennio prima era più che discreto, la potenza dell'Aglianico irpino mitigata dal fruttoso Piedirosso e l'aggiunta di quel taglio moderno dato dall'impiego di barrique (per il qualche non sempre impazzisco!) in affinamento, ma si sa i gusti cambiano e quello che mi piaceva anni fa non è detto che continui a piacermi oggi che sono più ignorante di prima enoicamente parlando e non solo. Invece tra tante smentite e colpi di scena in questo percorso eno-gastronomico, ecco che con questo Irpinia IGT di dodici anni ritrovo la stoffa di un cavallo di razza e ancora una volta penso che con l'Aglianico di "Mastro" non si sbaglia mai in tutte le sue versioni (giovane, Taurasi, blend). Rubino vivissimo con un delicato mantello granato, il naso è delicato quanto prorompente, profuma di tanti fiori : rosa canina, geraneo, ciclamino, ibisco fresco, poi note pepate e balsamiche, si allarga su note fruttate di mela cotogna e dolci di ciliege mature per chiudere su sensazioni di rabarbaro, maggiorana essiccata e caffè. Il sorso è austero come si dice spesso solo per vini nobili del Piemonte ma che riscontro in maniera chiara in questo bicchiere: il tannino è ben delineato e asciugante, la freschezza ridona salivazione, le note sapide arricchiscono il cavo orare di una salivazione più ricca e la nota calda completa un corpo in perfetta forma con quel suo avvolgente abbraccio. C'è una ineccepibile corrispondenza naso bocca, la gioventù riscontrata alla vista e al naso è puntuale anche al gusto con una lunga persistenza che richiama il vegetale polputo dell'Aglianico, arricchito da note evolutive di cacao, ceralacca, mela cotta, il tutto è reso più delicato dal Piedirosso e dalla barrique non prevaricante ma perfettamente assorbita dal vino che insieme hanno ammansuito la tannicità del sorso realizzando una ricca fusione di tutte le componenti gratificando il palato e la mente ma soprattutto accompagnando sia la pasta che le carni del ragù in un matrimonio di "tradizione" eccellente.
Naturalis Historia 2000
ps Il vino tappato domenica, conservato in frigo e riprovato mercoledì si era evoluto sensibilmente, il colore aveva assunto colori più granati e il naso si era evoluto su note terziarie (cioccolato amaro, karkadè, pepe nero, grafite, cenere, carbone, vaniglia...), all'opposto il sorso ha conservato le caratteristiche del giorno del primo stappo, cioè molto sapido e fresco, dal tannino austero e per nulla risolto e dall'alcolicità che si ripropone in maniera più insistente e bruciante rispetto all'originaria apertura ma comunque in adegusta fusione con le altri componenti.
Cla 10:12 - 22/02/2012 - commenti {0} - Invia un commentoL'unità nella diversità
Manna 2008 Franz Haas Dolomiti IGT
Questa costante diatriba dei giorni nostri, in rete come sulla carta stampata, tra vini industriali e vini artigianali, tra "piccolo è bello" contro "grande è standardizzato" mi ha stufato non poco, me come, immagino, molti consumatori più o meno consapevoli che cercano nel prodotto vino (ma anche in altri) la storia che c'è dietro una bottiglia ma soprattutto che un vino sia piacevole (SIA BUONO!!!), si faccia bere e ti riscaldi il cuore trasferendoti magari anche un'emozione non solo passeggera. E allora Franz Haas, che non è un piccolo vignaiolo ma non è neanche un industriale del vino mi porta a pensare all'essenza delle cose, con questo blend di Riesling (50%), Traminer (20%), Chardonnay (20%) e per non farsi mancare niente anche Sauvignon (10%). Dopo essermi infatuato per i Gewurtztraminer Altoatesini tanti anni fa, e chi non ci è passato (come rimanere indifferenti alla visione per la prima volta di Marilin Monroe), ho iniziato a spulciare ad uno ad uno i bianchi di quella zona quasi-sempre freschi, godibili, ripulenti, piacevoli, ma l'incontro con Manna di Franz Haas è sempre stato un'altra cosa, una storia a sè. Ci sono stati momenti in cui ho odiato questo vino per quelle annate opulente che donavano al bicchiere un sorso sempre sapido e rinfrescante ma a tratti pesante e non facilmente digeribile, ma questo, oggi, col senno di poi mi fa ancor di più apprezzare il lavoro del produttore che non ha mai standardizzato i suoi prodotti seguendo, nonostante non si applicano i dettami del biologico o del biodinamico, le variabili del clima e del terreno.
Un vino che mi ha sempre colpito per quel "equilibrio instabile" tra grassezza ed eleganza, perchè non ha mai avuto i richiami ruffiani del Traminer nè quella spinta vegetalità del Sauvignon o la burrosità dello Chardonnay, proprio perchè il Riesling in percentuale maggiore rispetto agli altri vitigni fa da perfetto collante di diverse identità. Paglierino con bagliori dorati, appena stappato ha un odore di balla di fieno in aperta campagna d'estate, un attimo è tutto il vegetale di questo mondo: timo, salvia, trifoglio, bouganville, ancora rosa bianca, iris, pesca kaiser, mela golden, pietra focaia, tutte sensazioni che si susseguono in una scala crescente. Al gusto esplode tutta la sua mineralità (tipo grani di sale sulla lingua!) mista a frutti gialli centrifugati (pesca, licthi e prugne gialle mature), l'alcolicità c'è, ma si sente molto, ma molto dopo la deglutizione senza nessun sbuffo caldo che si riproponga in maniera arrogante, l'acidità è all'inizio delineata ma per nulla tagliente presumibilmente a causa di un parziale (30%) affinamento in legno e della malolattica svolta, ma poi quando le papille gustative si abituano a quella pastosa sapidità anche le note citriche emergono con maggior precisione riportando naso e bocca sugli agrumi (pompelmo).
E' un bicchiere di grande piacevolezza che in accompagnamento col cibo raggiunge vette altissime per pulizia e precisione stilistica, io l'ho abbinato ad un trancio di spada dalla carne burrosa, grigliato con semi di crescione, coriandolo e sale grosso integrale dell'Atlantico su un letto di carciofi saltati in padella e aromatizzati con della buccia di limone...sono stato in silenzio per 10 minuti dopo aver terminato la cena...un motivo ci sarà!
Cla. 14:16 - 16/02/2012 - commenti {0} - Invia un commento
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Descrizione Appunti sul percorso delle esperienze enogastronimiche, racconti di persone, amici, bottiglie e prodotti alimentari, cristallizzazione di emozioni provate e condivise, ma soprattutto un personale block-notes di appunti con la voglia di crescere e imparare sempre di più, col cuore aperto e con tutti i sensi nella loro massima espressione...
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