Enrico Togni viticoltore di Montagna…note

 

Ci sono serate cervellotiche, spesso al buio (bocce coperte in carta stagnola), dove si stappano bottiglie blasonate, magari d’antàn, costose, idolatrate o anche serate di bottiglie sconosciute che si ha il piacere di condividere con amici e di apprezzarne l’originalità, ma anche serate nelle quali la pronta e immediata godibilità si ritrova in ogni sorso e le bottiglie finiscono che è una bellezza parlando non solo di vino ma anche di altri argomenti che il candore di quei sorsi riescono a trasmetterti.

E’ stato proprio il caso della cena lombarda-napoletana dedicata all’assaggio della produzione (mancava solo Cav. Rebaioli) di Enrico Togni viticoltore in Valle Camonica, una serata nella quale ciò che ritengo sia emersa è la forte aderenza dei vini col suo produttore (sapientissima la mano dell’enologo Nico Danesi!) e soprattutto col territorio.

Togni ha i suoi 5 ettari in Vallecamonica, zona incastonata tra Franciacorta, Trentino e Valtellina e non essendo un terroir tra i più famosi d’Italia, valorizza vitigni allignati positivamente da tempo ma famosi soprattutto nelle 3 zone sopra indicate, nei suoi vini ho raccolto tre caratteristiche costanti: schiettezza, succosità e giovialità, ma potrei parlare di altri aggettivi più alla moda e inflazionati.

 

Martina 2010:

Se questo rosato di Schiava rispecchia un pochetto il carattere della piccola figlia di Enrico penso che sono c…i, colore cangiante, brillante, vivace, luminoso, profumi diretti, immediati, floreali e minerali prima di tutto, poi il tempo di farlo arrivare a 11/12° gradi ed ecco tutta la fruttosità acidula del vitigno, un sorso teso, tagliente, ripulente, non è un rosato da bere così da aperitivo con due noccioline, noooooo, per me che amo i rosati (ma anche i bianchi) molto freschi è un piacere berlo in abbinamento, penso a fritturine di verdure o pescato in tempura ma come abbiamo fatto noi  anche salumi freschi non spiccatamente sapidi o formaggi a pasta molle…prima uscita da applausi, e non immagino quando si troverà la perfetta armonia!

 

Lambrù 2009:

Uvaggio a prevalenza Marzemino con presenza di Barbera e Merlot, vigne più giovani (forse) e uvaggio di grande rigore, come a dire: ognuno da il suo, colore violaceo, primo impatto su fragranti sensazioni vegetali, erbacee (aloe, muschio, parietana), poi fiori e frutta in amalgama (peonia,  amarene, cedro, si cedro!), piacevole assaggio: sapido, avvolgente, dissetante e con un alcolicità quasi impercettibile, corpo in perfetta linea…i fagottini di bresaola ripieni di caprino su lettino di puntarelle hanno fatto la ola tipo Maracanà.

 

Opol 2010:

La metà degli astanti già lo aveva provato e pertanto richiamo questo post, per gli altri che lo incontravano la prima volta è una piacevole scoperta, forse questa singola bottiglia ha sofferto un pò lo strapazzo del trasporto perchè aveva appena-appena perso la sua prorompente franchezza, che in precedenza nei reiterati assaggi ci aveva scioccati (forse ci è diventato troppo familiare!), ma comunque è stato un bere ‘dissetante e puro’ e poi grande il progetto che c’è alle spalle di questa bottiglia.

 

L’intruso…AR.PE.PE Rosso di Valtellina 2009:

Un azienda che ben rappresenta le espressioni della Valtellina con vini sempre molto puntuali come il più base dei base, questo Rosso di Valtellina dal colore scarico, trasparente, rubino luminoso, sensazioni olfattive femminili, sottili, delicate, più floreali che fruttate, più minerali che speziate, in bocca attacca con quel corpicino esile e quelle decise sensazioni alcoliche, ha ottima freschezza e un tannino molto asciutto, gioca tutte le sue carte su equilibri sussurrati e pacati e su eleganze non ostentate, è stato assolutamente il giusto contraltare al Nebbiolo di Togni.

 

1703 mt 2009:

Onore al Monte Altissimo alle cui pendici sorgono le vigne di questo clone di Nebbiolo diverso da quello valtellinese e piemontese, ma principalmente uguale solo a se stesso in grado di esprimere inaspettate concentrazioni e sensazioni olfattive che appaiono e scompaiono in un gioco di chiaro-scuri,  si affaccia con odori eterei e polverosi di cipria, poi un frutto turgido di prugna viola a pasta gialla, il tutto su un vegetale molto ampio, al gusto il tannino ha un attacco tondo per diventare più ruvido solo con i sorsi successivi, ciò che rende tutto piacevole è la grande pulizia gustativa data da precise sapidità e da una freschezza delineata, insieme ad una buona materia e questo nonostante si noti piacevolmente una nervosità del liquido ancora tutto in armonizzazione.

 

Vidur 2007:

Grande Barbera, se Enrico voleva nobilitàre questo vitigno nella sua zona ci è riuscito, probabilmente oggi esprime il meglio a 5 anni dalla vendemmia, le note dell’affinamento in legno sono in adeguata fusione col resto, anzi sono proprio questi echi fumè che rendono complesso un sorso di buona carnosità pieno di piccoli frutti acidi, geranei, camelie, fatto di tanta sapità, tannino morbido ma non dolce e un ben delineato nerbo acido, una Barbera gustosa ma con muscoli al posto giusto, per nulla piaciona, ammansuita o ruffiana, in grado di unire alla semplicità del territorio l’ambizione di dare la giusta dignità al lavoro della terra.

 

Cla.

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Enrico Togni viticoltore di montagna…Flash

Si gioca con la cucina regionale

 

Introduzione della batteria di vini

 

Martina, rosato da Schiava, 2010 e spiedino di cruditè con stracchino tradizionale e salame di Varzi

 

Serg et Eric

 

Fagottino di bresaola ripieno di caprino su insatatina di puntarelle al mosto cotto

 

 

Sfumature che fanno la differenza

 

 

Opol 2010 e Lambrù 2009

 

Prove di abbinamento

 

Nebbiolo Vallecamonica Vs Valtellina

 

Riso con zucca e Bitto in croccante di amaretti

 

 

Concentrazioni

 

 

Vidur 2007 (Barbera)

 

Casouela ‘Napoli’

 

Confronti

 

Occasionali piaceri

 

Lentezze finali

 

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Il Nebbiolo ‘rosato’ di Donnas

Caves Cooperatives de Donnas – Larmès du Paradis Rosè 2010

 

Parlare di vino naturale in alcune zone può sembrare superfluo se esiste una tradizione ultracentenaria di vinificazione contadina che va oltre il concetto stesso di vino genuino, la Cooperativa di Donnas composta da meno di 100 conferitori anziani valorizza a circa 20 chilometri dalla famosa zona piemontese di Carema il Nebbiolo, localmente chiamato Picotendro, più altri vitigni locali (Fumin, Neyret, Pinot Gris) aumentando solo recentemete la gamma di prodotti commercializzati, il mercato e i conti lo richiedono!

Mi ha subito incuriosito provare un Nebbiolo coltivato a circa 300 slm su terreni scoscesi e con vigne a pergola tradizionale, peraltro nella versione rosata perchè non immaginavo cosa potesse esprimere un rosato da nobile vitigno benchè dalle latitudini più rustiche di quelle langarole.

Il rosato in questione deriva dalla fermentazione del mosto fiore, nel suo essere giovanissimo è nel bicchiere dal colore cerasuolo brillante, profumi molto intensi e spiazzanti: mela stark, pompelmo, mandarino, lamponi, more fresche, rosa, fiori d’arancio, peonie, direi sensazioni da mosto più che da vino, ma soprattutto rimanda a mineralità marine.

In bocca è citrico, salato, dal tannino in sordina, di buon corpo e con ottima persistenza su note morbide e apparentemente dolci di fragoline di bosco e more di gelso, apparentemente, perchè subito si ricompone grazie alle asciuganti note caloriche, un pò fuori controllo proprio quest’alcol che si ripropone in maniera puntuale ad ogni sorso, peccato, è veramente l’unica nota stonata per un Nebbiolo atipico per questa sua schiettezza sgraziata ma dalla facile abbinabilità festaiola, penso a salumi poco carnosi ma grassi (guangiale, pancetta, lardo, mortadella),  formaggi a pasta molle o anche a pasta filata (mozzarella e fiordilatte della costiera) peraltro a 6,5 euro in enoteca, vale la pena di subire un pò di alcol disunito e morbidezze da rosato!

 

Cla 

 

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Altro che birra da Inglesi

MaltoVivo Noscia

 

Ipa (Indian Pale Ale) è una tipologia di birra ad alta fermentazione che fu creata dagli inglesi durante la permanenza dell’esercito del Regno Unito nelle colonie in India, è una birra che dovendo sopportare un lungo viaggio per mare  e per questo veniva rafforzata di alcol e di luppolo per non irrancidire (mi viene in mente Woodhouse con i Marsala siciliani!), il prodotto che se nè ottiene ha, nelle versione più puriste-integraliste una spiccata speziatura (luppolatura) e un tenore alcolico importante spesso non in perfetto equilibrio col resto.

Luigi Serpe del Birrificio Maltovivo di Capriglia Irpina (AV) interpreta, per me, la tipologia in chiave moderna offrendo una artigianale molto interessante e godibile che mi ha soddisfatto un bel pò, anche e soprattutto, per la duttilità a tavola.

Dico in chiave moderna perchè ha ammansuito la tipologia rendendola di più facile approccio, prevedendo una alcolicità misurata e garantendo grazie a malti non particolarmente tostati una speziatura ben riconoscibile ma non invadente e monotematica oltre ovviamente a luppoli amaricanti ma non sgraziatamente aggresivi.

Il colore è arancia candita con una schiuma color nocciola non particolarmente ricca nè persistente nonostante una numerosità ben visibile delle bollicine, gli odori raccolti dal naso sono molto ampi: in primis le note vegetali-erbacee dei luppoli, poi la speziatura di cardamomo, chiodi di garofano e erba cipollina infine il dolce-amaro espresso da nuances di miele di castagno.

L’entrata al palato è di buona grassezza ma subito con un pungente richiamo all’amaro dei luppoli, per nulla cattivi o totalizzanti ma molto godibili e ripulenti e peraltro di lunga persistenza, chiude in maniera decisa su un piacevole gusto di arancia amara, pompelmo e acidula albicocca essiccata.

Io l’ho provata in abbinamento a delle fette di locena di maiale, ricche di venature grasse accompagnate da papaccelle saltate in padella, ma non avrebbe sfigurato con della salsiccia napoletana tagliata a punta di coltello (grana grossa della carne e del grasso) perchè in entrambi i casi la morbida grassezza del morso ha bisogno di un compagno al tavola in grado di riassestare il cavo orale per partire con un carnivoro assaggio! 

 

Bollicine scalpitanti

 

Cla.

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Pasqua 2012

 

Senza falsa retorica auguro a tutti che questa Pasqua sia sinonimo di Pace e Rinascita nel segno dell’Amore Universale, ogni giorno della nostra vita, nonostante la recessione economica mondiale!

 

Claudio Tenuta  

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Naturale che è naturale!

Il tavolo di lavoro

 

Nasce dalla fervente ed effervescente mente di Luca Miraglia lo sviluppo di una serata alla scoperta di vini estremi o come meglio dire, di vini fuori dagli schemi delle logiche commerciali tout court, fatte di grandi numeri e di trasferimento di sensazioni spesso standardizzate.

Una serata volta a capire se questi cavolo di vini naturali, in una piccola sparuta batteria di 7 campioni, riescono a rappresentare qualcosa di significativo per il pubblico di consumatori medi, beh a dir la verità il panel formato per l’occasione può a buon titolo considerarsi nella categoria dei SOLITI ENOCERVELLOTICI, quel 5% del mercato dei consumatori di vino (1×1000 secondo l’ultra trentennale enotecaio Franco Continisio di Napoli), quelli che comprano e consumano fuori dalle logiche tradizionali e proprio per questo da ritenere poco affidabili se si vuole portare la pagnotta a casa e far quadrare i bilanci a fine mese e soprattutto poco da prendere in considerazione nelle note di degustazione, per quella spiccata componente emozionale e soggettiva che condiziona il giudizio finale!!!

 

Casa Coste Piane Valdobbiadene frizzante 2010:

Se per 20 anni hai sempre bevuto Prosecco tipo: Carpenè Malvoti, poi Mionetto, poi Ruggieri, poi Merotto, poi ancora Bortonomiol, Bisol, Foss Marai, per arrivare negli ultimi anni a Frozza  (tra i ‘colfondisti’ il meno estremo e quindi adatto ad un passaggio graduale alla versione dei Prosecco ‘sur lie’ rifermentati in bottiglia), allora può non risultare totalmente appagante questo sorso.

Casa Coste Piane è adattissimo alla mortadella Favola, mi ha intrigato per gli odori originali di freisa, glicine, uva bianca schiacciata e non per gli scontati sentori di agrumi e poco altro di infiniti Prosecco senz’anima, ma non mi ha ammaliato completamente perchè ad una spiccata mineralità (per alcuni del tavolo è la freschezza a prevalere!) e pulizia gustativa, non è seguito un corpo e una persistenza adeguata.

 

Camillo Donati Il mio Lambrusco 2008:

Versione sincera e non scontata di quello che dovrebbe essere un Lambrusco di territorio col vezzo della rifermentazione in bottiglia, si tratta della varietà Maestri a bassa produttività, altro che vino easy, questo è vino da salumi nobili: culatello, oca, guanciale…

Ha il colore di un carbone bagnato con venature purpuree ma soprattutto profuma di argilla, terra umida, succo d’acero, zenzero fresco, asfalto caldo bagnato dalla pioggia e melograno, e riconcilia la mente con la terra.

Ha una bollicina non grossolana e poco invadente  conferisce una grande pulizia gustativa che con quelle fresche sapidità e quel tannino ‘non schiocco‘ offre grande scorrevolezza al tavolo, da consumare a litri non solo su salumi e grana…

 

Podere Pradarolo Vej 2004:

Malvasia di Candia in purezza e peraltro in vesione secca, orange wine senza appello specie dopo 8 anni dalla vendemmia, come dice nei suoi appunti Luca Miraglia è un vino spiazzante: le note ossidative ricordano le lunghe macerazioni da rosso, le sensazioni speziate esprimono la capacità del vitigno aromatico di evolversi su pungenti sensazioni di dragoncello, anice, salvia in polvere e iodio (proprio quello che avverti avvicinandoti al mare!), è un vino che ha tanto di tutto: tannino (!?!), note salmastre, alcolicità decisa, mi spiace per la stanchezza delle sensazioni acide che non rendono scorrevole la bevuta probabilmente (sicuramente) facendo scavallare questa boccia oltre il tempo massimo datole da Dio nonostante le ottime intenzioni, arcaiche quanto aristocratiche, del dott. Carretti.

Bottiglia da riprovare sicuramente con qualche anno in meno, 3/4 sono sufficienti!

 

Flavio Roddolo – Dolcetto d’Alba 2006:

Altro produttore di nicchia amato come un feticcio da altrettanti bevitori di minoranze protette, che produce vini unici e umorali al tempo stesso, si pensa al Dolcetto e la mente si collega ad un vino serbevole ma solo se non consideri che ogni denominazione ha peculiarità tutte sue, quello di Roddolo è un rubino molto concentrato come ti aspetti dai vini d’Alba, granitico all’olfatto, compatto e ritroso forse come il suo produttore che si esprime solo a piccoli passi e mai in maniera prorompente.

La compatteza delle sensazioni olfattive (prugna, maroni, cannella, cacao amaro) si ripresenta in bocca con un spiccata freschezza e con un tannino molto austero da vitigno langarolo, un sorso lungo, terroso e sanguigno di quelli che ami o odi! 

 

Cantina Giardino – Sophia 2006:

Antonio De Gruttula e la moglie Daniela (insieme ad altri) propongono e realizzano questo vino all’interno del progetto Cantina Giardino che punta alla valorizzazione di vecchie vigne e metodi ancestrali di produzione.

A noi seduti al tavolo interessa molto tutto quello che c’è dietro una bottiglia perchè aggiunge un plus al sorso ma la prova fondamentale è la capacità dello stesso di trasmettere emozioni tangibili e palpabili, in questo uvaggio di Greco, Fiano e Coda di Volpe macerati in anfore prodotte in Irpinia, torchiato a mano ed elevato in piccoli caratelli esausti, si sente tanta vita.

Al naso c’è: incenzo, canfora, curcuma e ceralacca, poi mandorla fresca e curry, alla grande ampiezza olfatti
va segue una lunga sapidità gustativa e delle piacevoli sensazioni di pesca e albicocca essiccate, il quadro è completato da una decisa acidità di zenzero fresco tagliato e alcolicità avvolgente che completano il quadro decisamente spostato su sensazioni dure, l’ardito abbinamento con tagliatelle al ragù di cinghiale non trabordanti di sugo (perfette) è stato un originale partner.

 

Cooperativa Paterna – Vignanova 2003:

Un Rosso Toscano in Valdarno (AR), taglio classico di Sangiovese 95% e saldo di Colorino, vigne vecchie di 35 anni e impiego della barrique di 2 e 3 passaggio, è un vino che non ha espresso a pieno le sue potenzialità forse complice l’annata calda della bottiglia provata, l’ho visto granato già nell’anima, un Toscanaccio rude e rugoso, in primo luogo si esprime con sensazioni molto evolute: cenere, polvere da sparo, malva secca e solo in un secondo momento note di violette e frutta matura, al gusto conserva una certa magrezza in controtendenza a quanto sussurrato al naso, mi ha dato l’impressione di avere un buon attaccamento al territorio e alla tradizione ma poi di perdersi in una veste forzatamente moderna…un pò a mezza’aria!

 

Frank Cornelissen – Mungibel Bianco 3 2006:

Il vino più atteso della serata per quanto mi riguarda non mi ha deluso, uvaggio promisquo di Coda di Volpe, Carricante e Grecanico, color oro antico e prime sensazioni dal bicchiere per nulla delineate, anzi direi rimbalzanti, poi una costante: odore marino, iodio, alga Kombu secca, tanto vegetale di rucola selvatica e cicoria e pian piano sensazioni fresche di pera pennata e mela stark, la bocca è un TRIP, sembra di bere una Blanche des Honnelles, acidità sparata di agrumi, di cedro, salinità marina sopra l’Etna (!), corpo volutamente esile a invogliarti a bere senza pensare, cosa non buona nè giusta…infine una lunga persistenza su sensazioni di nespole acerbe e iris, senza dimenticare quella nota tannica da bianco macerato che non fa mai male, grande abbinabilità al cibo, anche per quel suo corpo molto centrato.

 

La Biancara – Pico 2007:

Garganenga da invecchiamento direbbe il vulcanico quanto smilzo Angiolino Maule, io ho fotografato un vino color oro indiano, appena opaco, ma è tutto nella norma, il naso è un bel sentire: vegetale, erbaceo, minerale di silice e gesso e poi ananas sciroppata, anice stellato e the verde, per il resto è un cru dove alcolicità e mineralità fanno a cazzotti sorretti da una freschezza non appuntita ma delineata e soprattutto da una complessità e persistenza che restano a lungo anche dopo la deglutizione.

 

Oasi degli Angeli – Kurni 2005:

La fama planetaria raggiunta da questo vino è sufficiente per aspettarlo come il figliol prodigo al tavolo, un Montepulciano con rese da Sauternes e cura maniacale in vigna come in cantina, una bottiglia icona per molti, una emozione fantastica di un bicchiere per me, senza avere la presuzione di voler fare il bastian contrario o il fenomeno.

A 7 anni dalla vendemmia è rubino privo di trasparenze ancora purpureo sui bordi, la sensazione provata al naso mi traslano in un caseificio di montagna, odore di burro zangolato, latte in ebollizione e poi tutta la marmellata biologica che vuoi: marasca, visciola, ribes, cassis e potrei continuare, ma non solo polpa anche piacevoli sensazioni di evoluzione nobile come smalto, cipria, carruba e ancora menta secca, nocciole caramellate, a starci un’ora uscirebbe anche Belen Rodriguez coperta di melata di bosco, è un naso accattivante quanto lei che porta all’estasi.

Al gusto è ancor meglio, più armonico ed equilibrato di quanto quelle sensazioni orientate al dolce possano far presagire, tutto è al punto giusto e anzi quest’annata è più centrata della 2004 che si è mostrata più cicciotta e dolcina al gusto in un mio assaggio di un anno fa.

Un vino eccellente per quello che c’è dietro la bottiglia e dentro, ma per il quale viene in mentre un dubbio: è più importante la vigna o la cantina?

Ma soprattutto mi pongo l’interrogatovo: ‘io e la mia morosa me la scolo in un venerdì sera di relax o nè lascio un terzo in bottiglia?’ Sarà un vino solo da V.I.P. e giornalisti di settore?

 

Superficiali conclusioni:

I bianchi da macerazione sono tosti da bere, specie in un tavolo di non intrippati come noi  nonostante la loro naturalità, spesso tendono a perdere l’identità del vitigno e anche del territorio a vantaggio della libera fantasia produttiva (macerazioni prolungate, terracotta, affinamenti in legni variegati…), forse andrebbe abituato il palato per poterli giudicare con maggiore cognizione di causa per valutarne la loro riproponibilità nel quotidiano.

 

Per i rossi salvo le dovute eccezioni, vedi Kurni, l’approccio naturalistico non stravolge la tipicità del prodotto in maniera strabiliante penso a Roddolo o a Donati, ma li rende vini di grande serbevolezza e autenticità e non ultimo di ottima abbinabilità alla tavola e agli amici che non si fanno troppe domande cosmiche quando bevono e mangiano.

 

Discorso a parte per i Prosecco ‘col fondo’, l’input è provarli e riprovarli e riprovarli, per amarli e abbandonare quei vinacci frizzanti agrumati, dalle bollicine grossolane e dal finale dolcino.

 

Cla. 

 

 

 

 

 

 

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Naturale che è naturale…flash

Sguardo distratto sui vini in degustazione

 

 

 

La piccola introduzione iniziale

 

 

Orizzontali

 

Il tappo a corona del Casa Coste Piane

 

 

Prosecco col fondo vecchia e nuova vita del Glera

 

Caldo brindisi di inizio primavera

 

 

Sfumature non convenzionali

 

 

Podere Pradarolo e Camillo Donati in bilico col Fois Gras

 

 

Franco Continisio e il chicco spargolo Rino

 

Fegato grasso e prosciutto d’oca affumicato

 

Cantina Giardino e Roddolo in compagnia del gateaux patate e frialielli su fondue di fiore sardo

 

Puntuali precisazioni

 

 

Frank Cornelissen per il bianco etneo

 

Tagliatelle al ragù toscano di cinghiale

 

 


Anatra ripiena

 

Incoscienza giovanile…una volta!

 

 

Coperativa Paterna per il governo alla Toscana e il Pico di Maule

 

 

Oasi degli Angeli per il Kurni 2005

 

Piccoli-grandi vezzi di fine pasto 

 

Rilassate conclusioni

 

Cla.

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Contadini abbinamenti

Zuppa di verdurine autunnali con croccante alle olive nere

 

Spesso sono portato a guardare fuori regione per trovare profumi e sapori contadini che mi riportino ad una certa autenticità delle cose, sottovalutando, ‘mea culpa’, le ottime tipicità campane, veramente numerose e variegate.

Allora nella scelta veloce e senza troppi giri mentali sul giusto abbinamento con una ripulente (per l’organismo!) zuppa di fine inverno a base di colorate verdure e ortaggi di stagione: patate, zucca, scarola liscia e riccia, bietolina, cavolo verza più quel tocco rustico dato dalla scorza di parmigiano reggiano ammorbidito nel brodo, del croccante di guanciale e del pangrattato da panbiscotto tramontino frullato a grana grossa e aromatizzato alle olive nere, mi sono orientato verso un Aglianico Sannita, tipologia spesso sottovalutata, ma invece altamente indicato per la buona tavola di ogni giorno.

Venditti nè è fedele interprete con il Marraioli, Aglianico beneventano, schietto, immediato, polputo, quello stesso Aglianico dei grandi Taurasi che nel Sannio Beneventano diventa Aglianico amaro (denominazione popolare)  ma che è in grado di trasmettere belle emozioni e una grande bevibilità, meno scontrosa e aristocratica ma non meno complessa del cugino irpino.

Venditti lavora in biologico la vigna da quasi venti anni e impiega solo acciao per questo prodotto di punta aziendale sia in fermentazione che in affinamento regalandomi (per modo di dire…circa 12 euro in enoteca) un millesimo molto centrato dal colore luminoso quanto concentrato, ma di un concentrato per nulla cupo o scuro solo appena velato, ma di lucentezze purpuree su un manto decisamente rubino, le sensazioni olfattive sono immediate quanto una ventata in un campo in fiore, molta frutta in bella mostra: marasca, susina, uva in macerazione (sensazioni ancora vinose) ma anche tanto floreale di camelie, fresie e sensazioni vegetali di cicoria stropicciata tra le mani e radice di geraneo.

L’olfatto porta la mente verso piaceri dolci e carnosi ma il gusto al contrario non è squilibrato su sensazioni morbide anzi ad una decisa alcolicità fa da contr’altare un ‘tannino spesso’ ma non appuntito nè secco, una freschezza succulenta e una sapidità molto delicata, tutto questo rende il sorso godurioso, ricco ma mai stancante, anzi con la preparazione brodosa ha attenuato la sua prorompente rusticità per soddisfare il palato con quella genuinità che spesso nei sorsi meglio costruiti a tavolino (in cantina) non si riesce a riscontrare per una sfacciata tendenza all’omologazione sensoriale.

 

Venditti – Marraioli 2007

 

Cla.

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Non ti aspettare una bionda senz’anima!!!

Marylin del Birrificio Karma – Alvignano (CE)

 

Si può definire senza aver paura di sbagliare il prodotto meno complesso della produzione di Mario Cipriano del Birrificio Karma localizzato in provincia di Caserta e il nome scelto per questa bionda non prevede incomprensioni, una birra chiara che dovrebbe scendere giù una bellezza senza troppi pensieri?

Tutt’altro!

A scendersene una bellezza poco da discutere, ma ve la ricordate Marylin Monroe, una bionda platino con un bel pò di curve al posto giusto, quando le curve erano un valore assoluto, ammiccante, dallo sguardo coinvolgente, dalle movenze volutamente accentuate,  è proprio come ho trovato il sorso di questa artigianale, pensi ad una bionda tutta apparenza e niente sostanza e invece vieni coinvolto in un vortice di emozioni che nel giro di qualche minuto ti fa finire la bottiglia tra il pasteggio e il pasto, desiderando un altro stappo dissetante.

 

Calde tonalità non scontate

 

Il colore è scorza di limone maturo, la schiuma, sarà anche il ballon un pò sbruffone, è compatta e di lunga persistenza, le sensazioni olfattive sono molto intense: zenzero caramellato, crosta di pane, rugine, sensazioni salmastre di sale integrale e poi rotonde di pesca sciroppata e albicocca secca, sensazioni spiazzanti per numerosità e complessità soprattutto perchè il precedente assaggio della Cubulterie (mix di malto d’orzo e frumento con cannella e scorze d’arancia) dello stesso produttore mi aveva lasciato un pò basito per una complessità e piacevolezza latitante.

Le sensazioni olfattive hanno creato in me una certa aspettativa che non è stata delusa, il sorso è stato ricco, grasso, corposo, pastoso, per nulla scontato, alle piacevoli nuances agrumate e di miele di girasole è seguito un gradevole tocco vegetale dato dai freschi luppoli dal deciso finale amaricante e ripulente, infine dopo questo attacco deciso da bionda non proprio slavata è seguita tutta la delicatezza femminile con piacevoli profumi di fiori di arancio e acacia.

L’abbinamento con pescato fresco grigliato al camino è stato un pò come offrire alla Marylin un piatto di fragole fresche e Champagne…il resto è storia di tempi non miei!!!  

 

Pesci nobili e non: sarago, calamari e pesce spada

 

Cla.

 

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Modì (Modigliani) tutto d’un fiato

Toscano Modigliani

 

Bella storia questo Toscano fumato alla maremmana, cosa che non faccio frequentemente per ragioni di tempo e relax mentale, ma a cui non ho rinunciato di fronte a questo stortignaccolo d’autore di cui già nè conoscevo le delicatezze gustative.

Ogni occasione deve avere il suo sigaro e per il Modigliani consiglio vivamente più che un fine pasto un adeguato aperitivo a base di bollicine nobili nazionali (Franciacorta Brusato Il Pendio o Franciacorta Gran Cuvèe Satèn Bellavista) o un bianco fragrante e floreale (Muller Thurgau Loacker o Falanghina Campi Flegrei Moccia)  e se proprio non si riesce a stomaco vuoto si può ricorrere a due crostini con pancetta e caciocavallo fuso.

Il sigaro ha una forma sottile e appena curvata, viene prodotto con tabacco Kentucky d’importazione (caraibico) e per la fascia esterna da foglie nazionali, curato a legna verde (legna non troppo tostata e invecchiata) e gode di una breve stagionatura di 6 mesi prima della commercializzazione, il colore è di mandorla tostata con qualche puntinatura nera da affinamento e macchie sparse beige.

Conservato una decina di giorni in Humidor ha raggiunto un perfetto equilibrio, si è acceso facilmente e durante tutta la fumata mi ha regalato un tiraggio costante e regolare, la prima parte della fumata è delicatissima quasi indolore, ma non per questo anonima, tutti i primi tiri sono orientati su sensazioni dolci di cammomilla e margherite essiccate, mentre nella parte centrale intensifica la nota speziata di zenzero e pepe bianco per poi ritornare su delicate nuances di nocciola, solo a 3/4 della fumata ha espresso qualche tiro resinoso ed acetico (di colla da tubetto) non piacevolissimo, ma veramente solo per 2 tiri.

Il fumo è compatto e chiaro, ma ciò che mi piace è il costante equilibrio gustativo e la delicatezza che lascia al cavo orale anche dopo aver terminato la fumata, è un sigaro che di Modigliani ha la pulizia delle forme artistiche meno la passionalità ‘maudit‘ (risoluta e senza regole),  schietto senza sgradevoli o marcate sensazioni amare da tostatura, sicuramente non particolarmente complesso o persistente (com’era Modì!) nè tra quelli (Antica Tradizione, Originale…) che conferiscono sussulti particolari ma che si lascia approcciare con leggerezza e anche nella versione ammezzata è un grado di trasferire belle sensazioni con una partenza, in questo caso, speziata e un finale dolce e sbarazzino, da preferirsi quando si è poco rilassati e recettivi! 

 

 

Cla.

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