Impressioni degustative sull’Umbria oltre il Sagrantino

Sanguigna Umbria in autunno

 

L’approfondimento degustativo su alcuni vini naturali Umbri e piatti della tradizione rivisitati in chiave napoletana è stato lo spunto per cavalcare l’onda che da un pò di tempo sta coinvolgendo il settore viti-vinicolo specie dal lato dei consumatori finali e che mi (ci) trova appassionato usufruitore, insieme ad un bel pò di amici, di questi vini concepiti con una filosofia produttiva poco interventista sia in vigna che in cantina, per dirla con 2 parole un pò inflazionate e semplificative

Certo per questi, come per altri vini naturali sono opportune delle precise e divertenti accortenze per poter apprezzarli al meglio evitando di concentrarsi su puzze e puzzette che qualcuno ritiene un segno distintivo positivo per la tipologia ma che denota al contrario un difetto inaccettabile per l’onesto degustatore, un difetto peraltro insuperabile con nessuna accortenza del caso

Nello specifico uno stappo anticipato di un bel pò di ore (diciamo 8/10) con conseguente ossigenazione in decanter  sia per i rossi che per i bianchi macerati è stato il semplice rimedio ad eventuali chiusure iniziali, il resto è stato piacere allo stato puro con punte emozionali, assaggi del cuore e vini meno coinvolgenti ma di gradevole piacevolezza e di facile riproponibilità a tavola anche con pietanze locali.

 

 

Vigna Vecchia 2009 Collecapretta:

Già avevo provato i vini di Collecapretta qualche tempo fa con sorpresa, ma l’abbinamento col cibo nè ha decretato la grande fruibilità quotidiana, il colore è paglierino carico tendente al dorato con un naso verticalmente minerale in primis e poi di grassa maturità, non quello da frutta secca o confettura ma di pomodoro essiccato, insalatata di peperoni rossi, anice, buccia di patata terrosa.

Al palato è di una scorrevole mineralità ferrugginosa, decisa freschezza e una alcolicità molto bilanciata, ha i muscoli di un nervoso ‘peso welter’ con quei jeb che ritornano su sensazioni di cammomilla e lupinella, ma soprattutto un sorso che scende veloce verso la fine della bottiglia.

 

 

Terre dei Preti 2008 Collecapretta:

Orange Wine a tutti gli effetti con le sue 2 settimane di macerazione sulle bucce, granitico e totalizzante al naso con chiarissime sensazioni di Bloody Mary, cetriolo, anguria acerba, c’è meno attacco minerale e molte più spezie essiccate del precedente Trebbiano Spoletino dei coniugi Mattioli e un impatto assolutamente giocato su cenere, mandarino, corteccia, mentre al palato si mostra armonico, tannico, secco, ripulente e molto sapido (più di quanto il naso faceva presagire) ma qualche concessione in meno alla freschezza e se ci voglio trovare un difetto è il suo esser monolitico al naso e al gusto, dandoti tutto e subito e modificandosi di poco col tempo, un vino poco giocato su eleganza e delicatezza e molto su mani grosse da contadino.

 

 

Arboreus 2006 Paolo Bea:

La boccia più cara della serata e anche la più conosciuta anche dai meno naturisti, che nonostante fosse aspettata al varco per lo sgambetto non ha deluso!

Emancipandosi dal concetto prezzo che noi maledetti consumatori abbiamo fisso nel cervello e valutando l’emozionalità del sorso non possiamo restare indifferenti ad un paglierino carico pieno di lucentezze, pennellate dorate, dai profumi delicati, carezzevoli, pieni di mille sfaccettature e soprattutto mai uguali con il passare del tempo: finocchio, fieno, anice stellato, mela stark, pera williams, richiami di focaccia calda di forno burro e salvia, al palato è di una precisione stilistica, ho provato tante volte questa bottiglia sempre frettolosamente e magari senza le giuste accortenze ma in questa occasione ha mostrato due elementi unici: eleganza e complessità allo stato puro confermati da un sorso minerale, gessoso, freschissimo a 6 anni dalla vendemmia e pieno di fiori di campo che hanno prevalso sul giudizio o meglio sul pregiudizio di un vino sopravvalutato!

 

 

Umbria Igp 2007 Calcabrina:

Packaging e bottiglia valgono il prezzo pagato franco cantina, circa 11,50 euro, per un Sagrantino rurale ma non spaccagengive, naturalmente il contenitore poteva distrarre il degustatore ma non in una serata in cui ciò che contava veramente è il contenuto nudo e crudo e così massima attenzione a raccogliere da quel rubino concentrato privo di trasparenze una serie di profumi terrosi, e poi in sequenza di: aghi di pino, terra polverosa e argillosa, latte di mandorla, mela cotta, violette e puor purry di fiori rossi più un delicato odore di marasca croccante, la bocca si distanzia dal naso con una entrata dolce da vino fatto con uve appena surmature, ma è solo una entrata grassa iniziale perchè tutto viene presto spostato su decise durezze non spigolose, parlo di un tannino ruvido ma non cattivo e di una freschezza succulenta, per chiudere su ferrose mineralità. La grassezza viene completata da una alcolicità in fusione che riscalda i bronchi e richiama terrigne zuppe di farro e orzo con legumi o salumi di norcina fattura (salamini, prosciutto di Norcia, mortadella umbra).

 

 

Il Galantuomo 2009 Collecapretta:

Per molti è stato il bicchiere sorpresa della serata, una Barbera umbra da vigne di circa sessant’anni dal colore violaceo cupo e privo di trasparenze, un vino schietto, muscoloso, avvolgente e per alcuni aspetti anche massiccio per la ricchezza di frutto al naso e per quel sorso straripante. Saltella baldanzosamente tra grasse sensazioni di amarena, liquirizia, bacche di ginepro, radice di zenzero, pompelmo, succo d’acero e miele di ciliegio, l’entrata in bocca è calda, morbida, avvolgente dal deciso tannino contadino privo di compromessi e da sapidità da rosso sabbioso e marino (strano), la chiusura è carnosa, fresca di arancia rossa, un vino spiazzante ma che mostra lati della Barbera assolutamente coinvolgenti.

 

 

Sagrantino di Montefalco 2001 Perticaia:

Outsider della serata perchè prodotto di una azienda giovane del comprensorio di Montefalco di cui questa bottiglia rappresenta forse tra le prime commercializzate, il granato è deciso ma non per questo ci sono concessioni alla trasparenza, tutt’altro, come granitiche sono le sensazioni olfattive, sicuramente vinose e fruttate ma arricchite da richiami ripetuti di cipria, prugna secca, mandorla tostata, viole appassite, in bocca è marcatamente naturale, dal tannino rugoso e asciugante, un vino più fresco che sapido ma che anche al palato si mostra di spiccata compattezza, non brilla in complessità ma spinge al riassaggio per tentare di scoprirlo anche perchè la nota alcolica non è prorompente…molto in progress, da riprovare per valutarne l’evoluzione gustativa, anche con annate meno vintage.

 

 

Sagrantino di Montefalco 25 anni 1998 Arnaldo Caprai:

Fuori programma il Sagrantino di Caprai in questa bottiglia d’annata portata da Lina Esposito dell’enoteca Vino & Cioccolato di Napoli, personalmente è stato il Sagrantino che mi ha fatto amare la tipologia circa una decina di anni fa, un vino che nonostanti le ricchezze del vitigno si esprime molto austero, centrato, dal grandissimo aplomb, non si deve negare che a quel colore granato cupo si accompagna un naso molto evoluto: vaniglia, pasta di mandorle, chiodi di garofano, cacao amaro, caffè, karkadè, il frutto c’è ma è sovrastato dai segni del tempo. Al gusto conferma la sua perfezione stilistica e un sorso armonico, equilibrato, in cui il Sagrantino non si nasconde ma mostra la sua parte nobile…resta un vino MUST al quale è guisto mostrare rispetto ma senza sussulti rilevanti e che esprime nettamente la sua diversità dal resto della batteria.  

 

 

Sagrantino di Montefalco Passito 2005 Fongoli:

La tipologia ha un suo fascino perchè tra i passiti italiani inseme al Recioto della Valpolicella è quello che, se fatto bene, non stanca mai, anzi allo scontato abbinamento con dolci, formaggio o addirittura al cioccolato (secondo alcuni!) potrebbe legarsi osando un pò anche a carni dal finale gustativo appena amaro (penso a arrosti di bufalo, bue, cinghiale). L’azienda Fongoli storico riferimento della tipologia realizza a mio parere un passito di classe, ho avvertito una dolcezza molto delicata, un tannino morbido, freschezze e sapidità ben delineate e una bocca pulitissima, la crescionda, dolce tipico umbro di cacao e amaretti nè ha esaltato la capacità di avvolgere il cavo orale senza impasticciarlo o essere totalizzante, gran bel Sagrantino Passito!

 

Cla. 

  

 

 

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La fresca brezza del luppolo

Birrificio Italiano – Tipopils

 

A volte capita così, entri in enoteca per comprare una birra artigianale e te ne esci con tre bocce a 20,00 euro, l’offerta comprendeva un bel pò di birre campane sugli scudi (Karma, Maltovivo, Il Chiostro) oltre a qualche forestiera tra cui questa del Birrificio Italiano di Lurago Morinone (CO) particolarmente caldeggiata dal rivenditore per essere pluripremiata a vari concorsi, l’ho presa per non scontentarlo nonostante la bottiglia abbastanza grossolana e la scarsa fiducia per premi conferiti a destra e manca.

Sono le 20,15 urge approviggionarsi di una pizza da portare nel tepore domestico che si adatti a questa European Pale Lager, prima che la folla dei ‘pizzettari del sabato sera’ invadano la pizzeria di fiducia.

Ci riesco, 20 minuti di attesa per 2 pizze al Ristorante Pizzeria Alba, da oltre quarant’anni a piazza Immacolata (NA), è un ottimo risultato, la pizza prescelta è: ripieno con scarola e provola dalla pasta morbida e leggerissima frutto di una lunga e delicata lievitazione naturale (non esistono solo La Notizia, Sorbillo e i fratelli Salvo!), di quelle pizze che una è poca e due sono troppe e che soprattutto non ti fa bere tutta la notte.

L’abbinamento è stato psichedelico, nonostante la bottiglia grossa e panciuta ma molto leggera un pò da muratore new age non esprimesse finezza tout court, la birra ha parlato dall’inizio alla fine di una ‘natura verticalmente Pils fino al midollo’, colore paglierino opaco, schiuma compatta, bianchissima e di ricca persistenza, appena sfumata un pò ci infilo tutto il mio nasone in quel bicchiere a tulipano largo (anche uno più verticale non sarebbe stato male) ed è come se mi avessero lanciato al viso una cesto di vimini con dentro: ortica, menta, anice, erba fresca falciata, bacelli di cardamomo secco, gardenia, orchidea pestata, una vera e propria sberla.

Al gusto, dopo qualche boccone di pizza afferro il bicchiere e faccio un sorso deciso, compulsivo, accenno maltato che ti inganna poi tutta la sua sinuosità da Pils Ceca vintage, purissima al palato, rinfrescante, accenni sapidi e quel amaro che ti accompagna con la manina dall’inizio alla fine della bevuta ma anche per molto tempo dopo l’ultimo sorso, garantisce una pulizia del cavo orale impeccabile e con il morbidissimo ripieno dal sapore vegetale delle scarole e il delicato affumicato della provola ha sfiorato l’applauso all’inpiedi, non oso immaginarla tra qualche settimana, nelle prime calde e floreali giornate di primavera, su una bella terrazza insieme a scampi e mazzancolle crudi con ananas e fragole (Bio con meno ormoni e concimi) o magari con del pollo ruspante di campagna (Tramonti SA) fritto a puntino (non quello pre-fritto da supermarket), ma come dire, i potenziali abbinamenti sono veramente infiniti per gli amanti della tipologia mentre per chi non gradisce il totalizzante luppolo Saaz e bene tenersi alla larga…passeggiando ex-post nel web ho letto che la Pils Via Emilia del Birrificio del Ducato ha superato la Tipopils in fatto di eleganza e fragranze, urge acquisto e test personale, perchè questa provata mi ha fatto impazzire!!!      

 

 

Cla.

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L’Umbria naturistica che ci piace!!!

Spunti e riflessioni da ricettari regionali

 

 

Lo stappo e la batteria di vini della serata

 

I pani: semi-integrale, segale e mais

 

 

Opacità

 

 

 

Formaggio di Fossa dell’Appennino Umbro stagionato 6 mesi

 

 

Differenti attenzioni

 

 

Agnello e patata rossa di Colfiorito

 

 

Impiatto psichedelico

 

 

Visione d’insieme

 

 

Fossa con scaroletta riccia e gelatina di Torgiano su spennellata di concentrato di datteri e Trebbiano Spoletino Vigne Vecchie ’09 Collecapretta

 

Grissini e assaggi

 

 

Materie prime di territorio

 

 

Sottili attenzioni

 

 

 

Polentina cotta nel burro con bietola a coste, ricotta secca di capra e salamino umbro con Terre dei Preti ’08 Collecapretta e Arboreus ’06 Bea

 

 

Colori da macerazioni sulle bucce

 

 

Leggerezze

 

 

Zuppa di farro integrale e lenticchie di Castelluccio con croccante di pancetta e tartufo di Norcia

 

 

Confronti e collaborazioni

 

 

Umbria Dop (Sagrantino) ’07 Calcabrina

 

 

Agnello cotto sottovuoto a bassa temperatura su patat
e rosse di Colfiorito e composta di cipolla di Cannara

 

 

Opache trasparenze di una bottiglia da messaggio del cuore…

 

 

Outsider Sagrantino di Montefalco ’01 Perticaia

 

 

Storico Sagrantino di Montefalco ’98 Arnaldo Caprai

 

 

Parole e profondità di colore

 

 

Crescionda (dolce Umbro agli amaretti) Sagrantino passito ’05 Fongoli

 

 

Sigar-time

 

 

Mordaci emozioni

 

Cla.

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Dove c’è gusto non c’è perdenza!

La batteria degustata 

 

Non rientro nella categoria: ‘Pinot Noir italiani oddio, bevo solo Bourgogne Grand Cru o 1er Cru!‘, sono più nazional-popolare, perchè ritengo che ogni boccia di vino ha sempre qualcosa da raccontare, nel bene e nel male, basta che non voglia scimmiottare (chi la produce) modelli irranggiungibili per terroir e storia produttiva, e questo non solo per il vitigno in questione ma in generale…mi salta alla mente il Muller Thurgau in Sicilia o dei Nebbiolo in Argentina, la si che urlerei ‘Dio me nè scansi!!!’

Allora per non prendersi troppo sul serio con 9 note di degustazioni di quelle pallose e inutili, preferisco far uscire fuori quel sano maschilismo goliardico e raccontare di 7 Pinot Noir italici e 2 francesi accostandoli a donne che rientrano nel mio immaginario, descrivendo le emozioni provate all’assaggio con l’idea che quelle bellezze mi trasmettono. 

 

Gottardi Pinot Noir 1985

 

Prima annata imbottigliata per Gottardi che ritengo sia tra le tre aziende italiane, migliore produttice di Pinot Noir in quel di Mazzon zona ad alta vocazione, nel caso specifico Sofia Loren dei giorni nostri rappresenta come l’assaggio in questione abbia trasmesso bellezze e fascini ormai andati e placidamente seduti all’ombra dei flash.

 

Bouchard Père et Fils Les Cazetiers 1998

 

Il Gevrey Chambertain Premier Cru di Bouchard è delicato e aristocratico come la ‘erre moscia’ (rotacismo o alla francesce) della Fenech, bellezza elegante e composta anche dopo aver superato e scavallato gli anni migliori, il prezzo pagato come il costo di una cena con la bella Edwige non è cosa da tutti i giorni ma la sottile carezzevolezza della maturità consapevole vale l’esperienza.

 

Lageder Pinot Noir 2004

 

Lageder con quel suo approccio olistico e con qualche anno sulle spalle, lo definirei didattico, pulito, semplice, preciso, stilisticamente ineccepibile e a tratti succoso quanto imprevedibile, un pò come la Golino, sguardo profondo, voce rauca e grande sensualità nei momenti giusti senza strafare!

 

Gottardi Pinot Noir 2005

 

Gottardi 2008 può solo essere la Antonelli al top della sua bellezza, un vino elegante, presente a se stesso, complesso e complicato ma allo stesso tempo diretto e immediato, fulminante, per me il più francese di tutti gli italiani, ma con un carattere tutto suo che non teme paragone alcuno.

 

Brunnenhof Pinot Noir Riserva 2006

 

Brunnenhof 2006 è  una piacevole scoperta, Mazzon resta la zona ad alta vocazione per il Pinot Noir e il produttore nè interpreta a pieno le caratteristiche territoriali, come la Placido, giovanissima attrice di successo, figlia di un padre ingombrante e importante come Mazzon lo è per questo vitigno che si esprime al bicchiere con originali delicatezze, profumi sussurrati, asprezze giovanili e un tannino vellutato e asciutto, ma con una purezza cristallina al pari di Violante.

 

Hoffstatter Barthenau 2006

 

Hoffstather 2006 è un must della tipologia, uno dei cru più conosciuti per il Pinot Noir italiano un pò come la Muti, croce e delizia del cinema nazionale. Il millesimo in questione parla come gli occhi della bella Ornella, profondi, sfaccettati, complessi e taglienti ma soprattutto in grado di non stancare mai ad ogni sorso successivo, nonostante le mie errate attese di un vino più morbido, scontato e piacione.

 

Falkesteiner Pinot Noir 2007

 

Falkestein 2007, Val Venosta culla dei Gewurtztraminer si presenta con questo millesimo di Pinot Noir come Nancy Brilly, fa gli occhi dolci di gattino, non mostra scompostezze e verticalità fuori dagli schemi ma poi con i sorsi successivi garantisce però tutto il suo carisma fatto non di naturali complessità ma di semplici e godibile florealità.

 

Terlan Montigl Riserva 2008

 

Terlan, la Riserva Montigl 2008, giovane, accattivante, malizioso come la Canalis che senza le dovute attenzioni non ha la sfacciataggine di mettersi in evidenza, ma che al contrario con le dovute cure fa emergere calde fragranze e quel fascino scomposto tutto in evoluzione che ti cattura e non ti lascia più. 

 

Ragot Le Gran Berbe Givry 1er. Cru 2009

 

E per finire Bourgogne, quello di Ragot con il millesimo 2009 della zona di Givry, chi scomodare se non la Bouchet nella sua immagine di bellezza immatura, un sorso che dell’attrice francese di quegli anni accomuna la bellezza fulminante e verticale più che una piacevolezza tout court ma che prelude a tanti anni di profondo e complessi successi, da vera Venere in fasce!

 

Cla. 

 

 

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Ager Falernus a Villa Domi – Napoli

Il Cav. Moio alla conferenza sul Falerno

 

Nella delicata cornice di Villa Domi a Napoli il  20 febbraio scorso, si è svolta per la prima volta in Campania grazie all’attivo contributo di Luciano Pignataro e Monica Piscitelli un incontro tra i protagonisti del Falerno del Massico, storica denominazione casertana del vino conosciuto fin dai tempi dei Romani che dalla Via Appia accompagnava le gesta dei conquistatori dell’Impero in tutto il mondo.

 

 

La nota positiva è stata l’accorata partecipazione di tutti i produttori di quell’areale e la voglia di fare consociativismo per sviluppare un circolo virtuoso di sviluppo del territorio e dei suoi prodotti, ma anche conoscere attori meno in vista e poco presenti nelle manifestazioni di settore e perchè no, verificare la capacità del Falerno del Massico in 6 riserve aziendali di evolversi nel tempo dando vibrazioni positive anche dopo 7 anni dalla vendemmia.

La degustazione ha permesso di confrontare non solo 6 aziende localizzate in aree differenti ma anche di analizzare le sfaccettature sostanziali tra produzioni con utilizzo di Aglianico e Piedirosso o solo Primitivo, come previsto dal disciplinare dai due volti.

 

 

Villa Matilde Vigna Cammarato 2004:

vigneti di Cellole, azienda storica insieme al Cav. Moio dell’omonima azienda vitivinicola ma al contrario di Moio, grande fautrice della denominazione a base Aglianico, il vino si presenta granato e tra i più evoluti olfattivamente, con marcate sensazioni di cenere, carbone, terra bagnata, spunti ematici e ferrosi, più in sordina il frutto e il floreale, la bocca racconta di un vino di mare più che di montagna, assolutamente equilibrato ma con pochi sussulti, più armonico e complesso che emozionante per quei tannini smussati e una freschezza molto in sordina.

Regina Viarum Barone 2004:

vigneti in località Barone alle falde del Monte Massico, produttore di Falerno a base Primitivo, si esprime alla vista con un colore impenetrabile, scuro, nero, cattivo, subito note vegetali, aloe, pepe nero, china, rabarbaro, bieta rossa lessata, poi si allarga su note di frutta macerata (amarene, more, ciliege), al gusto è molto più delicato e austero di quanto ti aspetti, fresco in primis dal tannino asciugante e di lunga scia sapida, un corpo meno muscoloso e più godibile dell’immaginato, che stuzzica al riassaggio.

Tabucco Rapicano 2004:

Outsider d’eccezione da Carinola altro punto del Massico, l’enologo Nicola Trabucco, grande conoscitore del territorio e attento ricercatore di storia e tradizioni produttive, imbottiglia per la prima volta questo prodotto con risultati interessanti ma assolutamente in progress, colore rubino opaco, con particelle in sospensione (sembra non filtrato, ma non è così), l’olfatto è fuori dagli schemi: c’era d’api, panna, gomme gelatinose alla fragola, lamponi freschi, mallo di noce, poi si compatta diventando più ritroso, in bocca si esprime spigoloso, secco, fresco, dal tannino pungente e dalla buona sapidità, alcoli e polialcoli non sono eccessivi rendendo il corpo un pò magro ma molto ruspante.

 

 

Papa Campantuono 2004:

Falciano del Massico e precisamente località Campantuono, vigne di oltre 60 anni più vigne di recente impianto, Primitivo tutta la vita, rubino concentrato, naso grasso, maturo ma per nulla marmellatoso, anzi tanto floreali dolce, visciole, agrumi (arancia rossa, cedro) e una profonda balsamicità, in bocca ha una entrata morbida e apparentemente dolce ma si compatta diventando secco, caldo, rugoso, molto sapido e di decisa freschezza, è un sorso largo e persistente più che verticale ma non per questo poco scorrevole.

Volpara Tuoro 2004:

Località Tuoro a poca distanza da Sessa Aurunca, primo anno di imbottigliamento per questo blend Aglianico e Piedirosso affinato per 6 mesi in barrique nuove, rubino vivido, il più granitico e compatto dei campioni degustati, ritroso, sgorbutico, tanto ematico, ferro, rugine, peperoncino acerbo, note fumè, al gusto si scontrano un bel tannino e una spiccata nota calorica ancora in fusion, delineate le note acidule e sapide, abbastanza monocorde, sia al naso dopo un bel pò di attesa, che al gusto con segni di giovane scompostezza frutto probabilmente di vigne giovani e in assestamento.

Masseria Felicia Etichetta Bronzo 2004:

Vigne tra Sessa e Sinuessa a San Terenzano, progetto nuovo ma già sotto le luci della ribalta mediatica di settore, prodotto in blend tra Aglianico e Pietirosso fermentato in tini di castagno troncoconici, rubino che vira verso il granato, profumi delicati e sottili: marasca, prugna essiccata, nocciole, violette e roselline, poi nuances speziate di santoreggia e grafite, in bocca richiama la gioventù olfattiva,  spiccata freschezza, accenni minerali e un tannino molto delicato quanto asciugante, resta al gusto una piacevole sensazione di mela cotta, lamponi in confettura su un delicato sottofondo etereo, l’alcol è in perfetta fusione rende il tutto giocato più sull’eleganza che sulla potenza della denominazione.

 

Grandi potenzialità evolutive ha espresso l’orizzontale, l’areale deve, secondo il mio parere, continuare sulla strada ‘dell’unione fa la forza’, esportando, prima di tutto in Campania e poi fuori dei nostri confini, un idea di vino che ha una storia da raccontare e un territorio da visitare, poi con essa verranno eleganza e complessità dei vini, non solo rossi, che oggi sono ancora in evoluzione e arriverà anche la capacità di valorizzare e sottolineare le differenze territoriali dei diversi cru del Monte Massico come punto di grande forza.

 

 

Cla.

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Ziti spezzati con carciofi, canolicchi e lupini

 

E’ giusto osare in cucina e non solo nell’equilibrio tra gli ingredienti o nell’incontro tra pietanze di differente provenienza e un pò agli antipodi: terra e mare o frutta e pescato o carni e confetture, per dirne alcune, ma può essere sufficiente uscire dagli schemi con un formato di pasta diverso che mai avevi pensato di abbinare a quegli ingredienti, per addirittura creare qualcosa di poetico.

Diciamo che quando si parla di ziti spezzati a Napoli sono poche le alternative: una inimitabile Genovese, il sugo di polpette fritte e poi passate in un sugo di pomodoro o la Siciliana al forno con melenzane e fiordilatte, poi poco altro da segnalare e allora ecco l’idea: perchè privarsi del piacere dello ‘sfrido (sfrid)’ della pasta spezzata con qualcosa di non tradizionale?

 

 

Una larga padella alta su fuoco vivo con un bel pò di olio extravergine di oliva di Loreto Aprutino (PE), morbido ed erbaceo, insieme ad uno spicchio di aglio in camicia dorato per 3/4 minuti e poi giù con 2 carciofi ridotti al cuore e tagliati sottilmente, quindi 2 pomodorini divisi a metà.

Dopo una prima rosolata, diciamo 7/8 minuti, si uniscono i frutti di mare ben spurgati e sciacquati sotto acqua fredda corrente e si copre con un coperchio in modo da consentire una corretta apertura dei gusci, ma soprattutto per buona pace della donna, affinchèl’olio bollente non imbratti completamente il piano di cottura.  

 

 

Lo zito intero richiede una certa sacralità per essere spezzato e nelle domeniche in famiglia era il compito lasciato dalle nonne ai nipoti con tutto il divertimento che comportava quando i pezzi di pasta volavano a destra e manca, io ho prolungato il rituale e mi sono fatto aiutare da mio figlio Sgabbro (Gabriele).

Quindi mentre il condimento raggiungeva la perfetta amalgama e i carciofi completavano la cottura conservando la loro croccantezza, ho lessato la pasta al dente e infine ho saltato tutto nel mitico padellone professionale.

L’equilibrio gustativo è stato come nelle aspettative, la sapidità dei frutti di mare che bilanciava la dolcezza della pasta e dei carciofi che cotti ammansuiscono le loro note vegetali, infine un tocco di prezzemolo fresco e peperoncino hanno conferito la speziatura mancante e ammiccante.

Che ci ho bevuto? Originalità per originalità, ho stappato un Brut Rosè Baracchi, 100% Sangiovese rifermentato in bottiglia (di cui parlerò forse tra qualche post) che non è stato niente male non solo all’assaggio in solitudine ma soprattutto col piatto preparato! 

 

 

Cla.

 

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Avevo deciso di riposarmi…

Azienda Agricola Mastroberardino

 

Dopo l’orgia di profumi e sapori dell’Hotel Columbus a Roma per l’edizione 2012 di Vini Naturali e la relativa full immersion compiuta nella giornata di sabato insieme ad un gruppo di fanatici dei vini fatti all’antica o meglio fatti secondo i dettati dell’agricoltura pre-anni ’70 caratterizzata dal boom di prodotti di sintesi e di fitofarmaci per la crescita quantitativa più che qualitativa, mi ero ripromesso si dare una adeguata giornata di riposo etilico al mio organismo in nome di un giusto salutismo alimentare.

Il programma era semplice: farmi invitare a casa della amata mamma napoletana e mangiare un pochino di pesce fresco stando lontano da sorsi alcolici, ma ben presto mi sono dovuto adeguare ad un nuovo registro, ‘oggi niente pesce, si mangia pasta al ragù con la relativa carne: gallinella, salsiccia, cotica, tracchie di maiale e due, giusto due, patatine fritte!’ le sante parole ascoltate al telefono.

Bene, abbandonata l’idea del pranzo light inizio a pensare al vino da portare, dopo aver bevuto in maniera naturistica per tutto il sabato volevo qualcosa che rappresentasse una rottura e allora dopo aver pallegiato con diverse bottiglie ho scelto quella di Mastroberardino, storia e successi della mia Campania, e precisamente una bottiglia di cui sento parlare pochissimo: Naturalis Historia 2000, ancora prodotta con prevalenza Aglianico di Mirabella Eclano da vigne di 40 anni e saldo (15/20%) di Piedirosso.

Ancora, perchè da circa 5 anni questa bottiglia viene prodotta solo con Aglianico conservando però la metodologia produttiva cioè lunghe macerazioni e 3 anni tra affinamento in legno piccolo nuovo e vetro.

 

Sagnette fatte in casa con ragù alla napoletana

 

Per non farmi mancare nulla o meglio per sconvolgere la tranquilla domenica familiare mi sono messo ad impastare 300 g di semola di grano duro e 50g di farina di grano saraceno con un uovo intero e ho ricavato velocemente delle sagnette tagliate grossolanamente al coltello da far cucere per 10 minuti in acqua salata e da servire col tiratissimo (diciamo in italiano rappreso) ragù di cui sopra.

Beh, che dire, il ricordo della bottiglia bevuta un quinquennio prima era più che discreto, la potenza dell’Aglianico irpino mitigata dal fruttoso Piedirosso e l’aggiunta di quel taglio moderno dato dall’impiego di barrique (per il qualche non sempre impazzisco!) in affinamento, ma si sa i gusti cambiano e quello che mi piaceva anni fa non è detto che continui a piacermi oggi che sono più ignorante di prima enoicamente parlando e non solo.

Invece tra tante smentite e colpi di scena in questo percorso eno-gastronomico, ecco che con questo Irpinia IGT di dodici anni ritrovo la stoffa di un cavallo di razza e ancora una volta penso che con l’Aglianico di ‘Mastro’ non si sbaglia mai in tutte le sue versioni (giovane, Taurasi, blend).

Rubino vivissimo con un delicato mantello granato, il naso è delicato quanto prorompente, profuma di tanti fiori : rosa canina, geraneo, ciclamino, ibisco fresco, poi note pepate e balsamiche, si allarga su note fruttate di mela cotogna e dolci di ciliege mature per chiudere su sensazioni di rabarbaro, maggiorana essiccata e caffè.

Il sorso è austero come si dice spesso solo per vini nobili del Piemonte ma che riscontro in maniera chiara in questo bicchiere: il tannino è ben delineato e asciugante, la freschezza ridona salivazione, le note sapide arricchiscono il cavo orare di una salivazione più ricca e la nota calda completa un corpo in perfetta forma con quel suo avvolgente abbraccio.

C’è una ineccepibile corrispondenza naso bocca, la gioventù riscontrata alla vista e al naso è puntuale anche al gusto con una lunga persistenza che richiama il vegetale polputo dell’Aglianico, arricchito da note evolutive di cacao, ceralacca, mela cotta, il tutto è reso più delicato dal Piedirosso e dalla barrique non prevaricante ma perfettamente assorbita dal vino che insieme hanno ammansuito la tannicità del sorso realizzando una ricca fusione di tutte le componenti gratificando il palato e la mente ma soprattutto accompagnando sia la pasta che le carni del ragù in un matrimonio di ‘tradizione’ eccellente.      

 

Naturalis Historia 2000

 

ps Il vino tappato domenica, conservato in frigo e riprovato mercoledì si era evoluto sensibilmente, il colore aveva assunto colori più granati e il naso si era evoluto su note terziarie (cioccolato amaro, karkadè, pepe nero, grafite, cenere, carbone, vaniglia…), all’opposto  il sorso ha conservato le caratteristiche del giorno del primo stappo, cioè molto sapido e fresco, dal tannino austero e per nulla risolto e dall’alcolicità che si ripropone in maniera più insistente e bruciante rispetto all’originaria apertura ma comunque in adegusta fusione con le altri componenti.

 

Cla 

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Quello che ho visto IO a Vini Naturali a Roma 2012

Sosta scostumata a Pratica di Mare

 

 

Porchetta e Focaccia

 

 

Al banco Luca & Lucio

 

 

I sott’olio, ciauscolo e coglione di mulo

 

 

Si entra al H. Columbus per la maratona

 

 

La Lantieri e la sua Malvasia

 

 

I Dolomitici

 

 

La Ribolla

 

 

Giovanna Morganti

 

Delicati Trentini

 

Paraschos

 

Metodo classico in due versioni per la Spergola

 

 

Granitiche convinzioni

 

 

Certezza del Carso

 

 

 Cotar

 

Divini attenzioni

 

Il Rosato che non c’è e i suoli dell’Etna

 

 

Angolazioni

 

Bonavita Faro

 

Florio Guerrini del Paradiso di Manfredi e Tiziana Gallo

 

 

Assaggi

 

 

Ripulenti bollicine

 

A sud di Parigi per dissetarsi

 

 

La Biancara

 

Angiolino Maule

 

Il Blend di Princic

 

Pane e…

 

 

Cioccolati di Modica

 

 

Baracco

 

 

Il Syrah di Amerighi

 

 

Umbria di concetto

 

 

Terrano Carsico

 

 

Sardegna estrema…18°

 

 

Garlider

 

L’Asino di Carrusin

 

Il Boca d’Antàn delle sorelle Conti

 

Caos

 

Semplicemente Vino

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Personal-report su Verticale di Impeto Torre del Pagus

 

La partecipazione alla Verticale di 10 annate di Impeto dell’Azienda Torre del Pagus, Aglianico 100% del Sannio, presso il Ristorante Veritas di Napoli è stata l’occasione per imparare ancora qualcosa che andasse oltre i miei pregiudizi precostituiti.

Quali pregiudizi?

Primo, la surmaturazione delle uve e gli effetti sul vino;

secondo, l’impiego delle barrique per l’affinamento dell’Aglianico.

Invece ecco che se alla base di scelte produttive moderne c’è una filosofia di vino ben precisa e una coscienza produttiva a partire dalla vigna si possono ottenere cose di grande qualità, piacevolezza ma soprattutto di grande appartenenza territoriale.

 

 

 

La degustazione ha visto la partecipazione di Luciano Pignataro (giornalista), Marina Alaimo (sommelier ais Napoli), Giusy Rapuano (referente aziendale), Maurizio De Simone (enologo aziendale) e Pasquale Carlo (referente slow food Sannio) e si è svolta in maniera molto rilassata senza nessuno scopo commerciale e/o promozionale, ma con la chiara percezione che si trattasse di una serata di approfondimento per la stessa azienda la cui voglia di crescere e migliorare merita grande rispetto e attenzione per diverse motivazioni di cui non mi dilungherò a sottolineare con voluto rispetto.

 

 

L’Impeto nasce dall’idea di Luigi Rapuano, oggi assecondata e condensata dall’enologo De Simone (punto di riferimento di molte aziende non solo del territorio) che vendemmia l’Aglianico per questo top-wine aziendale una prima volta a metà ottobre (uve per il Sannio doc) e una seconda volta con uve surmature a metà novembre, attua una vinificazione ‘con raspi’ (tradizione) in tini conici esausti di castagno (territorio), un assestamento in cemento (storia) e un affinamento in barrique (innovazione) usate per circa 12 mesi, imbottigliando senza filtraggi.

 

 

 

Senza fare una descrizione dettagliata di tutte le annate degustate che diventerebbe lunga e monotona, mi interessa sottolineare come in tutti è dieci bicchieri c’è un filo conduttore rappresentato con spontanea vivacità e complessità dall’Aglianico coltivato ai piedi del Monte Taburno (Sannio) in presenza di terreni calcarei-argillosi e da un clima dalle forti escursioni termiche giorno-notte, ma soprattutto ci sono bicchieri rispettosi dell’annata, ognuno diverso dagli altri e mai risultato di una inutile quanto perdente standardizzazione.

La mia preferita è la 2001, prima annata aziendale, commuovente per delicatezza, precisione e complessità gusto-olfattiva (cacao, cuoio, more, pepe nero, mineralità e balsamicità), seguono la 2009 (campione di botte) dal naso naturistico e dalla bocca maschia, succosa e benchè in progress (legno) di avvincente sapidità, ritengo che se questo è il target aziendale la strada è in discesa, infine sul podio la 2005 che offre un’armonia purissima con al naso note agrumate, di fiori dolci, frutta carnosa e grafite e un palato ricco e delicato (tannino austero), appena sotto il podio la 2006, più diluita (meno di tutto sia al naso che al palato) ma sulla stessa lunghezza d’onda dell’annata precedente .

 

La seconda fascia  parte dalla 2008 vero e proprio Amarone del Sannio, annata eccellente, vino opulento, rotondo, maturo, equilibratissimo, di lunghissima persistenza, ma per me troppo, troppo ruffiano e poco identitario, segue la 2004 dal piacevole naso balsamico e speziato su godereccio sottofondo fruttato con sbuffi alcolici e punte tanniche ancora in fusione, la 2002 dal naso medicinale ma dalla bocca ‘scostumata'(armonica), cioè centratissima anche se poco complessa e persistente.

La 2010 la ritengo ingiudicabile essendo un campione di vasca di cemento, la mia scarsa esperienza in merito mi fa pensare a questo come un vino dal colore sbiadito per la tipologia e dal corpo ancora magro.

 

Infine il giudizio è negativo  per la 2007, risultato di una stagione difficile quanto arida, è un sorso secchissimo,verde, acerbo e scomposto, il meno piacevole insieme con il 2003 che risulta molto più evoluto rispetto ai suoi anni con un naso a tratti sporco (!!!) e con un gusto grasso (vedi 2008) ma assolutamente senza nessun legame tra le componenti morbide e dure.

 

Il giudizio conclusivo è più che discreto perchè i sacrifici fatti in vigna e cantina e, principalmente, la costante ricerca dell’espressione più nobile e tradizionale dell’Aglianico sannita si legge senza troppi fronzoli nel bicchiere e nella genuinità del sorso.

 

Cla. 

  

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L’unità nella diversità

Manna 2008 Franz Haas Dolomiti IGT

 

Questa costante diatriba dei giorni nostri, in rete come sulla carta stampata, tra vini industriali e vini artigianali, tra ‘piccolo è bello’ contro ‘grande è standardizzato’ mi ha stufato non poco, me come, immagino, molti consumatori più o meno consapevoli che cercano nel prodotto vino (ma anche in altri) la storia che c’è dietro una bottiglia ma soprattutto che un vino sia piacevole (SIA BUONO!!!), si faccia bere e ti riscaldi il cuore trasferendoti magari anche un’emozione non solo passeggera.

E allora Franz Haas, che non è un piccolo vignaiolo ma non è neanche un industriale del vino mi porta a pensare all’essenza delle cose, con questo blend di Riesling (50%), Traminer (20%), Chardonnay (20%) e per non farsi mancare niente anche Sauvignon (10%).

Dopo essermi infatuato per i Gewurtztraminer Altoatesini tanti anni fa, e chi non ci è passato (come rimanere indifferenti alla visione per la prima volta di Marilin Monroe), ho iniziato a spulciare ad uno ad uno i bianchi di quella zona quasi-sempre freschi, godibili, ripulenti, piacevoli, ma l’incontro con Manna di Franz Haas è sempre stato un’altra cosa, una storia a sè.

Ci sono stati momenti in cui ho odiato questo vino per quelle annate opulente che donavano al bicchiere un sorso sempre sapido e rinfrescante ma a tratti pesante e non facilmente digeribile, ma questo, oggi, col senno di poi mi fa ancor di più apprezzare il lavoro del produttore che non ha mai standardizzato i suoi prodotti seguendo, nonostante non si applicano i dettami del biologico o del biodinamico, le variabili del clima e del terreno.  

 

 

Un vino che mi ha sempre colpito per quel ‘equilibrio instabile’ tra grassezza ed eleganza, perchè non ha mai avuto i richiami ruffiani del Traminer nè quella spinta vegetalità del Sauvignon o la burrosità dello Chardonnay, proprio perchè il Riesling in percentuale maggiore rispetto agli altri vitigni fa da perfetto collante di diverse identità.

Paglierino con bagliori dorati, appena stappato ha un odore di balla di fieno in aperta campagna d’estate, un attimo è tutto il vegetale di questo mondo: timo, salvia, trifoglio, bouganville, ancora rosa bianca, iris, pesca kaiser, mela golden, pietra focaia, tutte sensazioni che si susseguono in una scala crescente.

Al gusto esplode tutta la sua mineralità (tipo grani di sale sulla lingua!) mista a frutti gialli centrifugati (pesca, licthi e prugne gialle mature), l’alcolicità c’è, ma si sente molto, ma molto dopo la deglutizione senza nessun sbuffo caldo che si riproponga in maniera arrogante, l’acidità è all’inizio delineata ma per nulla tagliente presumibilmente a causa di un parziale (30%) affinamento in legno e della malolattica svolta, ma poi quando le papille gustative si abituano a quella pastosa sapidità anche le note citriche emergono con maggior precisione riportando naso e bocca sugli agrumi (pompelmo).

 

 

E’ un bicchiere di grande piacevolezza che in accompagnamento col cibo raggiunge vette altissime per pulizia e precisione stilistica, io l’ho abbinato ad un trancio di spada dalla carne burrosa, grigliato con semi di crescione, coriandolo e sale grosso integrale dell’Atlantico su un letto di carciofi saltati in padella e aromatizzati con della buccia di limone…sono stato in silenzio per 10 minuti dopo aver terminato la cena…un motivo ci sarà!

 

 

Cla.

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