Bavette alla puttanesca di tonno

‘Basta poco, che c’è vò!?!’

 

Ci sono ricette che con quattro ingredienti quattro, riescono a darti un godimento stratosferico distante anni luce dalla cucina molecolare, fusion, o stellata che sia.

Il segreto, che poi tanto segreto non è ormai da un bel pò di tempo, si estrinseca in due semplici principi: ottime materie prime che non solo un buon ristorante può e deve avere in dispensa e la passione di realizzare la preparazione culinaria ‘dall’inizio alla fine’ senza distrazioni alcuna, cioè senza l’obbligo di metter a posto l’armadio o di spazzare il pavimento del salone o vestire i ragazzi nella cameretta….

Ed ecco che una semplice puttanesca al tonno diventa un piatto da Re, che anche se sei uno come me, che il pane per la scarpetta lo impiega solo la domenica per potersi permettere in settimana qualche degustazione di vino in più (a puro scopo scientifico e non alcolico!), non può esimersi dall’inzuppare un buon cozzetto di semintegrale (integrale ancora meglio) nel sughetto lasciato nel piatto dalle bavette, spazzolate in pochi minuti.

La preparazione è velocissima: si scotta in un buon extravergine (Cilento) l’aglio in camicia per qualche minuto in compagnia di una generosa manciata di peperoncino fresco, quindi si unisce una gustosissima pelata di pomodorini che sia possibilmente fatta di pomodorini aciduli e non dolci, io ho impiegato Annalisa (ma mi piacciono anche Barone, Tagliamonte, Baronia), quindi si fa rapprendere il sugo per 15 minuti e nel frattempo si snocciolano una decina di olive nere di Gaeta (ma tutte le olive nere vengono da li, ma quanto ne producono in quel piccolo paesino laziale?) e un bel pò di capperi piccoli (Salina o Pantelleria sarebbe chiedere troppo!).

Appena il sugo è diventato un tutt’uno con l’olio si spegne il fuoco e si aggiungono capperi e olive al fine di non rendere amaro il condimento e infine il tonno, vi prego non quella poltiglia da scatolette, ma magari dei bei pezzettoni di Carloforte o Cetara.

Si lessano in acqua salata le bavette (Fara San Martino, Garofalo…) scolandole al dente e si saltano nel sugo per almeno 5 minuti a fuoco vivo.

Il gioco è fatto, un bel pò di coriandoli di prezzemolo fresco tritato e finito il piatto vi assicuro che si avrà bisogno di fare il bis.

Io ho bevuto in abbinamento un Renosu 2006 Romangia IGT di Dettori, un vinello psichedelico (come la foto scattata e modificata nei colori)  che doveva diventare Dettori 2006 (Cannonau arcaico),  da far affinare 3 anni in vasche di cemento prima di essere imbottigliato, ma che a causa dei tumultuosi lieviti naturali è stato pronto per l’imbottigliamento dopo 2 mesi diventando un vino scomposto, scontroso, profumatissimo, caldo, succoso, immediato, un perfetto compagno di viaggio della tavola e non per degustazioni tecnico-fighe, ma soprattutto un sorso spontaneo per un piatto povero di mare, rivalutato nella cucina moderna con parti nobili di tonno piuttosto che con scarti.  

 

 

Ps gli ingredienti scelti sono facilmente acquistabili in buoni supermercati o meglio in piccole botteghe di qualità…nessuna pretesa da grande chef di casa!

 

Cla.  

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il caldo abbraccio dei Caraibi meno conosciuti

Rhum Liberation 2010 PMG Maitre Capovilla

 

Non è assolutamente vero che da un affascinante contenitore venga fuori un ottimo prodotto in grado di soddisfare non solo la vista ma anche gli altri quattro sensi (quante bottiglie dalle bellissime etichette sono un flop?), e invece la scatola di cartone raffigurante una pianta di cacao con degli uccelli tropicali che volteggiano intorno non è altro che il preludio ad una bottiglia spettacolare che ha come etichetta lo stesso disegno del cartone.

Questo Rhum è realizzato a Marie Galante, una piccolissima isola di Guadalupe, nella distilleria Bielle da un giovanissimo distillatore veneto sulla base di un progetto di Luca Gargano (Velier) e Vittorio Capovilla (Maitre distillatore) e la stessa distilleria.

A parte queste informazioni di colore, quello che è sconvolgente è il risultato finale, vi assicuro qualcosa di emozionantemente agricolo, un rhum immesso in commercio dalla seconda metà del 2010, risultato di un affinamento in botti di rovere francesi utilizzate una sola volta per Sauternes Chateau d’Yquem e altri vini francesi, udite-udite di soli 18 mesi (forse 36, a me sinceramente sembravano 18 anni!!!).

 

Il tatto: aprire il cartone e incidere per la prima volta la capsula rossa che copre il tappo è condizione necessaria per scoprire un mondo, un paradiso, un luogo fermo nel tempo.

 

L’udito: il sibilo della stappattura, quel rumore sordo che dona la libertà al puro distillato di canna da zucchero mi fa venire alla mente le scorribande nei mari caldi dei Caraibi dei pirati di secoli passati.

 

La vista: il colore si svela aranciato, di nocciola tostata, tantissime sfumature oro, ma ancora rosso fuoco a seconda delle angolazioni dalle quali si vuole guardare il bicchiere.

 

L’olfatto: ‘e di che stiamo parlando?’ tutto quello che il cuore vuole sentire quello il mio naso ha avvertito: vento caldo di mare salmastro e iodato, sensazioni gessose, minerali, frutta candita, agrumi essiccati, in particolare il mandarino, fieno, chiodi di garofano, curcuma, lavanda dei campi di Provenza, ma ancora con la roteazione del calice piacevoli fiori dolci (orchidee di tutti i tipi) e quella vegetalità di quando si stropiccia tra le mani l’erba fresca…meglio non continuare per non andare nel burlesque, ma potrei!

 

Il gusto: al palato non lascia spazio a rotondità, ruffianerie, sensazioni carammellate o mielose, è un rhum ruvido ma delicatissimo allo stesso tempo, caldo, minerale, acidulo di agrumi, molto lungo, entra verticale e si allarga al palato senza impasticciare le papille gustative, è asciutto e ritemprante e lascia un soffio di foresta tropicale al gusto, una carezza graffiante.

Non sarà un Caroni 1983 ma per me non dovrà mancare in casa, mai! 

 

 

A questo punto è scattato l’abbinamento insegnatoci alla scuola elementare di provetti edonisti: Rhum,  Cioccolato & Sigaro, al sigaro ho rinunciato, volevo godermi il rhum senza compromessi ma per l’occasione ho aperto una piccolissima barretta di Domori Criollo Puertomar, cioccolato amaro al 75%, molto delicato, elegante, piacevole, di facile gustabilità che però mi è apparso troppo addolcito e poco persistente, sicuramente il Rhum agricolo di cui sopra non gli ha dato una mano, troppo macho, forse aveva bisogno di un 100% amaro di Bonajuto (starà pensando il mio amico Luca M.), qualcosa di veramente estremo, il Domori lo riproverò in altre circostanze per dargli un appello adeguato, anche perchè parliamo di una delle migliori aziende italiane del settore che forse per questa elegante barretta ha puntato sulla carezzevole delicatezza piuttosto che sulla rugosa complessità gusto-olfattiva.

 

 

Cla.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Enofighetti da Pinot Noir

I piatti Mammarò

 

Champagne Tarlan Rosè e salumi del Sannio

 

 

Gene, Rosy e Mari…

 

Tagliere di formaggi in preparazione

 

Il servizio al calice

 

Sfumature di colore

 

Il primo Pinot Noir imbottigliato da Gottardi

 

 

Un Cru di Bouchard

 

 

Rottesteiner Riserva 2006

 

 

Prosciutto di maiale ripieno con balsamico

 

 

Gottardi Giovane…2008

 

 

La Erminia

 

 

Alois Lageder 2004

 

 

Colori adeguatamente scarichi

 

 

Falkestein 2007

 

 

Terlan Montigl 2008

 

 

Coniglio ripieno con riduzione di Pinot Pojer e Sandri

 

 

Degustazione di oli extravergini d’Italia

 

 

Ragot Premier cru 2009 Le Grande Berge

 

 

Hoffstatter Barthenau 2006

 

 

Attenzioni particolari

 

 

Parmigiana di melenzane e cioccolato di Sal De Riso (costiera Amalfitana)

 

 

Il sig. Chinato

 

Cioccolati

 

 

Degustatori

 

 

Rhum & Sigari come nelle migliori famiglie…

 

 

Relax traslucido

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Anarchica Light

Tempi duri anche per gli anarchici del gusto e allora ecco una degustazione soft tenuto conto degli standard raggiunti nei precedenti incontri (10,12..13 bottiglie in assaggio una vera esagerazione!!!)…8 personaggi di diversa estrazione (ais, fisar, scuola europea sommelier e tanto altro) ma soprattutto amici di bicchiere, 8 vini coperti ognuno portato da un partecipante e 8 pietanze in abbinamento, tempi stretti e confronto serrato senza mezze misure, senza risparmiare nessuno.

 

Paglierino scarico, tanti agrumi e mentuccia, un naso assolutamente bambino, una bocca che è una lama da Samurai cosparsa di sale e poi un finale fumè, cambia e si allarga un pò con l’alzarsi della temperatura ma conserva la sua nervosa giovanilità…Greco di Tufo Pietracupa 2010, prego comprarne 3 casse e berne una al mese per i prossimi 18, conservandone una per la prova oltre il breve periodo…dopo i 24 mesi come si dice in banca!

 

 

Nuovo bicchiere, paglierino più concentrato, il naso parte con note di frutta secca ma affascina per sensazioni di mandarino, frutta candita, zenzero e anice, la bocca è una delusione: poca freschezza, decisa alcolicità e sapidità, corpo magro e in parte seduto, per un Cinque Terre bianco 2009 di Giuliani e Pasini è un pò pochino…Vermentino, Albarola e Bosco che non hanno lasciato il segno al gusto!

 

 

 

Il colore dorato prelude ad un bianco maturo, primo naso assolutamente tostato, legno o vitigno??? Mandorla non pelata, nocciola tostata, poi coriandolo e tanta mineralità, la bocca è decisamente calda e rotonda ma sorretta da una sapidità granulosa e da una freschezza godibilissima…si avvertono squilibri nel corpo, nel senso che tutti i componenti duri e morbidi sono assolutamente in forma ma a tratti slegati e questo ci fa pensare…il tempo finalmente lo apre anche al naso su nuances dolci (acacia, pompelmo, pesca sciroppata), sorso vivo, ottimo per un gustoso pasto di pescato: Verdicchio dei Castelli di Jesi Ghiffa 2004 Colognola, lo ritengo assolutamente tipico e rispettoso della tipologia…se piace!

 

 

Ecco il primo rosso o meglio un rosso vestito da rosato, lamponi freschi, caramella Charms poi sbuffi caldi mentolati, infine apertura su note di tabacco dolce da pipa…bel naso, nulla da dire, al palato presenta invece una struttura dove l’alcolicità irrompe in maniera aggressiva e come dire: scordinata (scollegata!!!), il tannino è delicato forse troppo mentre acidità e sapidità precise sono appannate…da AR.PE.PE. mi aspetto sempre cose fuori dal comune e in questo caso il  Rosso di Valtellina 2009 è stato rimandato!

 

 

Qui non si sbaglia, rubino-violaceo, colore e naso da vino ‘naturale’ tutta la vita, delicate sensazioni d’uva in cantina, marasca dolce e more di gelsi, bocca rotonda, calda con tanta frutta e fiori freschi, appena minerale ma da bere senza indugio: BellottiRosso senza annata, Barbera & Dolcetto…assolutamente biodinamico ma soprattutto goloso, per l’etichetta bocciato, troppa ostentazione nonostante la semplicità grafica!

ps questa è solo la controetichetta immaginate l’etichetta…

 

 

Ci mancava: rubino impenetrabile ‘Nerastro’, un primo colpo caseico e marmellatoso, poi gradualmente cenere, bacche di ginepro e chiodi di garofano, come dire: tanta confettura e note di affinamento in legno…al palato è secco, compatto, ricco, morbido, dalla bella botta alcolica…diciamo vino di stile inizi del 2000, Nero 2006 di Conti Zecca blend Negroamaro, Cabernet Sauvignon…’per molti ma non per tutti, io passo!!!’

 

 

Bottiglia scaraffata e servita in decanter, rubino carico, giovane, netti profumi di curcuma, chily, riso alla cantonese…profuma fortissimamente di Oriente, mai a pensare di Medio Oriente…poi tantissima frutta con in evidenza la prugna secca SunSweet, pomodoro secco e peperone rosso catalizzanti…a questo punto qualcuno si ferma: ma lo assaggiamo??? In bocca è tutt’altro: elegante, vellutato, caldo ma sorretto da una sapidità esagerata, ottima frescezza ancora pungente e quel finale ferroso e sanguigno che chiude il quadro…uno sballo: Merlot 2003 Israeliano Dalton, che flash! Peraltro Kosher.

 

 

Infine il vino presumibilmente con più anni, perfettamente rubino, profumi delicatamente carezzevoli da taglio internazionale…penso subito ad un buon SuperTuscan (zona Bolgheri)…poi aspetto: cenere, vegetale, insilato, pepe verde, foglie di mirto e alloro, marcatamente balsamico, al gusto sfodera una acidità viva, appena diluito nel corpo, ma questo gli dona scorrevolezz
a e definita mineralità…Bordeaux 1998 Le Baron de Brane…non un sorso indimenticabile ma un Bordeaux di quelli fatti bene che hanno retto il tempo alla grande…nessuno gli aveva dato 13 anni!!!

 

 

Cla. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il Paradiso può aspettare

Sauvignon Blanc 2009 Cloudy Bay

 

Se penso al Paradiso immagino che possa assomigliare alle floride e vergini terre della Nuova Zelanda, solo a guardare il sito aziendale della Cloudy Bay mi viene il magone e penso perchè invece che nel Bel Paese (pensa se nascevo in Scandinavia) non sono nato li in mezzo a quei filari ordinati di vigna???

Se Sauvignon del Nuovo Mondo dev’essere che sia, il loro è un sorso di natura allo stato puro, piacevole, elegante, sottile, sussurrato, dissetante, da bere da solo leggendo un bel libro di Jeffrey ‘la trama del matrimonio’ o da sorseggiare in compagnia di un pò tutto che non abbia tinte scure e sapori aggressivi, penso all’estate e ai crudi di molluschi, alla primavera e al risotto agli asparagi, all’inverno e ai salumi nobili emiliani o perchè non all’autunno con quei brodetti di cicale e rombo chiodato.

E’ un vino luminoso, luccicante, dal naso minerale, calcareo, con dentro un bouquet di fiori gialli, ma anche note di semi di zucca, timo e santoreggia…poi la famosa pietra focaia di alcuni Pouilly Fumè, al gusto è un vino citrico ma polposo, salato, appuntito e vegetale di asparago, carciofo, erba cipollina secca e quella mineralità in surplus che resetta tutto e porta a capo.

E’ una bottiglia avvincente, ‘una seta di bianco’ che accarezza il cavo orale ma che allo stesso tempo ripulisce in progressione grazie a durezze importanti su un sottofondo vegetale di bellissima fattura…un vino dei sogni come la sua terra.

 

Particolare del tappo a vite

 

PS: bottiglia con tappo a vite…forse siamo indietro perchè maledettamente romantici???

 

Cla.  

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Figli di un Bacco minore…i rossi

Forgiarin…Barbera e Co…Ruchè di Castagnole Monferrato e Dolcetto di Ovada

 

Come iniziare a raccontare di vini che nascono per non stupire ma per farsi bere, come dovrebbe essere sempre per un alimento contadino, con quella distratta leggerezza, semplicità, con quella rara affabilità che si incontra solo in uomini genuini e veraci fin dalla prima volta che si conoscono.

Ecco questo è quello che mi hanno fatto pensare questi assaggi in sequenza: ad una persona che ti viene presentata per la prima volta e che fin da subito si sintonizza sulle tue stesse lunghezze d’onda e non posso non immaginare allora a chi questi vini li ha voluti, realizzati e messi in bottiglia per trasmettere un pò di se stessi agli altri.

Emilio Bulfon, un folle assimilabile ad un archeologo della viticultura, che nel corso degli ultimi decenni ha cercato, ritrovato e valorizzato una serie di vitigni indigeni della zona delle Grave in Friuli, il Fornarin 2006 (dalla località Fornaria dove il vitigno è stato trovato) è il classico sorso beverino ma mai banale, rubino concentrato a tratti impenetrabile, parte con sentori di ceralacca, forse un accenno di riduzione, poi d’improvviso quelle sensazioni olfattive a metà strada tra il terroso e la frutta di bosco, subito alla mente: la mora selvatica e il ribes, ma soprattutto tanti fiori (ibisco, viola, ortenzia).

Al gusto è scorrevole, all’inizio tannino e sapidità sono poco pronunciati ma c’è tanta freschezza, non di quella tagliente ma quella agro-dolce da piccoli frutti rossi (more in confettura), una discreta materia e un’equilibrata alcolicità rendono il sorso molto fluido ma poi d’improvviso vien fuori quel rustico tannino che richiama un boccone di pasta, quella ruvida e granulosa magari con broccolo nero, guanciale e ricotta di pecora salata, perchè il vino non dev’essere cervellotico ma deve accompagnare la buona tavola di tutti i giorni

 

Cortecce con broccolo nero saltato in guanciale e ricotta salata irpina

 

E poi Coutandin direttamente dai declivi scoscesi della Val Chisone sulla strada che da Torino porta al Sestriere, le spettacolari piste del Sestriere, a far il Barbichè 2007, una ‘Barbera di montagna’ (come quella di Togni in Valcamonica) in blend con chi sa quanti autoctoni impronunciabili (Becuèt, Avanà, Chatùs, Avarengo…), un vino prodotto in pochi esemplari che passa un anno in barrique non nuove per fondere meglio tutte le anime in esso presenti.

Rubino carbone, nerissimo, sensazioni nasali che si inerpicano tra il balsamico da vicks alla liquirizia, ma anche marasca, amarena, visciole fresche, dragoncello e una dolce sensazione di arancia candita (possibile!), in bocca è un crescendo, un sorso masticabile ma al tempo stesso secco, spigoloso, ruvido, di lunga persistenza e piacevolemente fresco, la moda del monovitigno ha un pò condizionato tutti, produttori & consumatori, ma quanti blend territoriali riescono grazie alle giuste alchimie, risultato di anni di tradizione, a conferire al sorso una spontanea e immediata piacevolezza. Il Barbichè è questo un blend d’altura generoso! 

 

Uva Longanesi

 

Si scende in Emilia  a Bagnacavallo (RA) alla ricerca dell’uva Longanesi dal cognome di chi quest’uva l’ha scoperta nel 1913 e valorizzata  dopo gli anni ’60 con le prime sperimentazione di vinificazioni e che oggi grazie ad un Consorzio ad hoc lo produce insieme ad altre 6/7 aziende locali.

E’ un uva che per lungo tempo e’ stata vinificata insieme con altri vitigni diffusi in loco, come Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon anche per la sua vigoria produttiva e una componente fenolica e polifenolica molto pronunciata.

La prima nota che emerge nella ‘Etichetta Nera 2006‘ è proprio un colore rubino impenetrabile con chiare pennellate violastre, risultato di uve vendemmiate in leggero appassimento su pianta, ha un naso ricchissimo di ribes nero e mirtilli, roselline, ginepro e mirto freschi, ha sensazioni muschiate, terrose, quasi stallatico, in bocca il tannino  è bello potente (22 mesi in rovere da 500l), la bocca orizzontale, con alcol e freschezza in perfetta sintesi, non spiccatamente sapido, ma dalla contadina lunghezza gustativa anche se non particolarmente complessa, non dimentichiamo che trattasi di vino di pianura (non stiamo in Valpolicella!!!), ma ha sicuramente potenzialità evolutive che lo arricchirebbero di altre originali sfumature, ma esprime già oggi un sorso molto gustoso e schietto da valorizzare con carni succulente o stracotti di vitellone, nella versione ‘etichetta blu’ una piccola parte delle uve viene sottoposta a macerazione carbonica e poi passata in legno da 500l per 12 mesi, offrendo un sorso di delicata fragranza da ‘giovincello tosto’, considerando che costa sotto i 8 euro e che ‘l’etichetta nera’ intorno ai 12, c’è poco altro da aggiungere…

 

Spezzatino di vitello stufato con castagne e radicchio

 

Infine un altro giro in Piemonte alla scoperta di due vitigni di minor blasone rispetto a Nebbioli e Barbere ma di lunga tradizione, in primis il Ruchè, rara uva prodotta in particolare nel comune di Castagnole dalla famiglia Verrua alla Cascina Tavijn che lo lavora da oltre 100 anni e con la passione della figlia Nadia ormai in biologico da un bel pò.

Annata 2006 che si presenta nel bicchiere color rubino scarico con unghia granata, appena velato (nessuna filtrazione), naso verticale e vibrante: caramella mou, citronella, violette, lamponi in confettura, sottofondo di geranei e carboni vegetali, veramente molto bello, in bocca benchè non abbia pretes
e di lunghi invecchiamenti, è pungente, vivissimo, tagliente, con tannino rugoso anche dopo 5 anni (solo acciaio), sapido, di sorretta alcolicità e assolutamente di una freschezza scorrevole che richiama un nuovo sorso…da goderne in grossi quantitativi senza timori di sorta!!!

 

E qui devo ammere un mio grossolano errore, ho lasciato il Dolcetto di Ovada ‘Gli Scarsi’ 2006 di Pino Ratto per ultimo, forse per rispetto forse perchè me lo aspettavo diverso, ma la sua delicata ed esile struttura e una evoluzione probabilmente più spinta delle attese mi ha deluso.

Pino Ratto è un mito nel panorama enologico italiano che produce due Dolcetti ad Ovada: Gli Scarsi per la limitata produttività dei vigneti impiantati nel ’35 e Le Olive per la presenza della vigna tra gli alberi di Ulivo, dal carattere più rude e maschio.

‘Gli Scarsi 2006’ ha un naso che profuma di vino molto evoluto: castagne lesse, paglia, terra bagnata, accenni di erba cipollina essiccata, la bocca è tutt’altro: più viva, snella, delicata, femminea, anchè se con un tannino completamente svolto, c’è tanta mineralità e freschezza ancora appuntita ma un corpo esile che meritava il palco ad apertura serata e non alla chiusura…mea culpa, devo riprovare questo sorso di storia, assolutamente, sperando magari anche in una boccia più fortunata!!!

 

Cla.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Figli di un Bacco minore…i bianchi

 

Devo ammetterlo sono diventato limitato (lo sono sempre stato!) e non poco, ma è un pò di tempo che non riesco a trovare sussulti da un buon sorso di vino bianco e giuro non mi sono fermato a poche bottiglie (bottiglie campane e non), tanto da preferire quasi esclusivamente rosso tout court anche per accompagnare preparazione semplici a base di pesce, ormai che l’assioma pesce-bianco è ormai da oltre un decennio caduto miserabilmente sotto i colpi, in questo caso benefica, della globalizzazione…ricordo ad Ischia quando agli inizi degli anni novanta i tedeschi bevevano rosso sul pesce e molti li deridevano, non comprendendo che il differenziale spread era già a quel tempo molto ampio!

Nella serata in cui meno mi aspettavo di trovare vini bianchi beverini e di facile abbinabilità dal nome ‘figli di un Bacco minore…ma sarà vero?’, invenzione di Luca Miraglia con il mio semplice apporto gastronomico, organizzativo e di due vini, uno di apertura (Trabianaaz di Grazieno) e l’altro a chiusura (Malvasia di Vulcano Lantieri) della cena tra amici, mi sono dovuto presto ricredere con assaggi fuori dal rumore mediatico e dalla grande distribuzione professionale ma assolutamente viscerali.

Quattro vitigni non blasonati, si potrebbe dire di fascia B: Garganega, Trebbiano modenese, Spergola e Malvasia di Vulcano, che interpretati con avvincente personalità da altrettanti produttori hanno raccontato come si può gioire nel comprare ancora vino a circa 10,00 (eccetto il passito…ci mancherebbe altro viste le rese e la cura amorevole in vigna e cantina) che non sappiano solo di banana, ananas e limone spremuto ma che raccontino di percorsi enologici ‘altri’ soprattutto con al centro il territorio!

 

 

Per acquistare il Tarbianaaz (trebbianaccio) di Vittorio Graziano bisogna andare a trovarlo a Castelvetro di Modena o tempestarlo di telefonate e fax, ma anche in quel caso non vi sono certezze di riuscita, il suo Trebbiano modenese fatto con macerazione sulle bucce per 15 giorni e chiusura del cappello riemerso delle vinacce con cemento per circa 3 mesi, rientra nella categoria degli orange-wine ma lui se nè frega…questo è il vino che gli hanno raccontato i contadini del luogo e che lui ripropone in maniera semplice quanto rigorosa.

Aranciato, primo naso di Marsala, ossidazione si ma quella buona, profumi di nocciola, aloe, marasca, poi tanta mineralità di silice, con la roteazione del bicchiere esce fuori una sensazione di pomodoro secco sott’olio e succo centrifugato di peperone rosso…sembra un vino pessimo a raccontarlo, tutt’altro: un neutro bruco di Trebbiano che è diventato una falena, ma non stile tutta ciccia e brufoli alla Marina Cvetic (scusate il paragone irriverente per il suo Trebbiano d’Abruzzo che ho tanto amato in passato)!!!

Fresco, salato, ruvido, pulizia del cavo orale eccellente, lunga persistenza su note balsamiche, alcolicità, misurata e morbidezze mai sgraziate…entra come una pugnalata e si allarga in bocca come una sciabola!

Perfetto con salumi e risotto alle verdure (zucchine o broccoletti), non oso immaginare con crudo di calamaretti, scampi e gamberi freschi…la bruschetta preparata per l’occasione, di kamut con stringata di nero casertano, pesto di pistacchi e balsamico caramellato casalingo ha fatto l’inchino.

 

 

Cavolo, chi non conosce Angiolino Maule, un vulcano che in un corpo esile nasconde un fiume in piena, basta dargli corda per passare un intera giornata a parlare di vigna, viti, terreni, concimazioni e tutto quello che traborda dalla sua inarrestabile ricerca di vini veri e il più possibile naturali in bottiglia e ‘non solo a parole’ ma lavorando sodo e continuando nella ricerca applicata e nel confronto costruttivo con altri produttori e Università.

In bottiglia il blend Garganenga in prevalenza e Trebbiano, è trasparente ma appena messo in frigo diventa velato, nel bicchiere si mostra dorato opaco, profumi inizialmente dolci: uvetta sultanina, zenzero candito, thè verde, poi tutta la carica minerale di polvere di gesso, ciottoli marini, ma anche l’odore del succo d’uva in fermentazione..troppo facile dire fiori di acacia per l’affinamento del vino in questo legno ma ci sono, il giusto tempo lo spinge su sentori vegetali ed erbacei freschi.

In bocca è smilso ma dissetante, sapido, di media freschezza, appena sabbioso, si riaccende con i sorsi ripetuti donando al palato sensazione di pinoli freschi, ananas essiccata, paglia…un vino con il quale aprire qualsiasi cena…magari in piedi masticando voul au vent con stracchino, finocchiona e noci o con robiola, speck e nocciole o ancora con ricotta e lonzino al rosmarino, esagerato ma è bello immaginare ciò che già si conosce al gusto.

 

 

Si ritorna tra le dolci colline emiliane a 250 m.s.l.m. a far conoscenza con la Spergola, vitigno antico della zona di Scandiano-Ventoso-S.Ruffino-Casalgrande, valorizzato da 5 aziende locali e provato in questa versione 2007 di Tenuta di Aljiano.

Mezzo ettaro di vigneto, coltivato in bio con sovescio di leguminose e resa bassissima (45 q.li/ha), vendemmiate in accennata surmaturazione, produce un bianco dai 15°, paglierino carico con appena qualche particella in sospensione, nessun incedere dorato, nessuna sensazione olfattiva di frutta cotta o in confettura, ma al contrario la coltivazione su terreni argillosi-sassosi di questo vitigno dona al vino dei profumi da bianco alsaziano: pomice, idrocarburi, sensazioni calcaree e minerali, ma anche di percoca (pesca gialla), si chiude d’improvviso e ha bisogno di ventate di ossigeno per allargarsi su chiare note di pasta madre e pan brioches, l’impatto è marcatamente verticale senza concessioni alla piacioneria. Al gusto è
caldo, avvolgente, salato-sapido, ammalia la sensazione di foglia di fico e prugna gialla, si assesta molto velocemente al palato lasciando una delicata quanto gradevole nota ammandorlata che allunga la piacevolezza, un bianco ricco ma non rotondo, sorretto da adeguate asprezze e da una sapidità terrosa che richiama il flan di patata gialla, cicoria e cipolla su fondue di caciocavallo previsto in abbinamento, ma anche un coniglio in porchetta e perchè non osare, dei tagliolini all’uovo con brodo magro di pollo, ‘altro che vinelli snelli senz’anima o bianchi dorati da camino che stancano dopo un sorso!’
 

 

 

E’ infine un condensato di emozioni, io mi sono commosso (non scherzo) a leggere la lettera che la signora Lantieri ha scritto all’esperto giornalista enogastronomo Roberto Giuliani e grazie all’amico Luca Miraglia non ci siamo fatti sfuggire l’acquisto di qualche bottiglia di Malvasia di Vulcano, ancora non imbottigliata in loco, ma siamo solo alla terza vendemmia alla quale possa darsi questo nome.

La passione e la tenacia in qualsiasi campo possono portare al successo, ma queste stesse virtù posso essere la benzina per realizzare un sogno, quello di produrre il vino che si era provato per tante volte, durante le vacanze estive molti anni prima, nella impervia e bistrattata (per lo sviluppo edilizio e turistico non sempre controllato) isola delle Eolie.

La Malvasia è spesso sfacciata, sgraziata, con quei suoi profumi assordanti, intensi, verticali, arroganti…in questo caso l’eleganza è ciò che rende questo concentrato di uva un nettare carezzevole come la mano di una nonna sulla guancia del nipote amato.

Oro zecchino, trasparente, luccicante, la carezza profuma di iodio, cenere, felce, fico moscione, albicocca secca, il sottofondo è marcatamente iodato, ma non metallico, sono tutti profumi delineati e fini che richiamano velocemente il sorso, un gentil sorso: sapido, fresco, caldo con sensazioni pseudocaloriche per nulla pesanti, si spalma nel cavo orale come una seta e lascia al gusto un pout pourri di fiori bianchi ed erba secca, uva di Corinto,  una vegetalità di fiore di cappero fresco masticato e poi tanta frutta e quelle note terrose che il terreno vulcanico è stato in grado di donargli.

Una elegantissima Malvasia che con la sfogliatella napoletana, riccia o frolla che sia, ha steso tutti, ma anche con un caprino lucano a pasta fiorita è stata in grado di ripulire la bocca e spingere ad un nuovo sensazionale boccone, ma perchè non sorseggiarla con un sigaro Toscano, un delicato Modigliani per realizzare un matrimonio d’arte allo stato puro, io c’è lo vedo!!!

 

 

Cla.

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Figli di un Bacco minore…ma sarà vero?

Il tavolo prende forma

 

La batteria della serata

 

Spezzatino di vitellino nel coccio

 

La serata finalmente parte

 

Evoluzioni di ombre

 

Bruschina di Kamut con stringata di maiale nero casertano, noci, pesto di pistacchi e balsamico caramellato in casa 

 

 

Il Trebbiano Modenese 2008 di Vittorio Graziano

 

Bianchi color Rosso

 

Sassaia 2007 di Maule e Forgiarin 2006 di Bulfon

 

Costanti opacità

 

La dialettica del gruppo

 

Flan di patata gialla napoletana, cipolla di Montoro e cicoria su fondue di caciocavallo di pezzata rossa

 

Momenti di riflessione

 

Spergola ‘la vigna ritrovata’ 2007 Tenuta di Aljano e Barbichè 2007 di Coutadin

 

Si impiatta

 

Cortecce pastificio Vicidomini saltate con broccolo nero, guanciale di Tramonti e ricotta salata di pecora irpina

 

Particolari attenzioni

 

 

Burson di Burson 2006 di Longanesi portato da Generoso

 

Ruchè di Castagnole Monferrato 2006 di Cascina Tavjin e spezzatino di vitellino con castagne  avellinesi e radicchio trevigiano

 

 

Luca e Sergio

 

 

Dolcetto di Ovada ‘Gli Scarsi’ 2006 Pino Ratto

 

 

Pecorino stagionato 8 mesi e bufalino affumicato…lucani

 

Malvasia di Vulcano 2010 Lantieri e Sfogliatelle di Carraturo

 

 

Senza veli

 

 

Toscani e Cubani come vezzo

 

Leggeri parole come il fumo

 

Dopo le 24,00 si festeggia il compleanno di Lucio

 

Calici in alto per conclusioni Oltralpe…per non far torto agli odiati cugini

Cla.

 

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Delicate carezze

Brunello di Montalcino DOCG 2006 Le Chiuse

 

Spesso si stappano e si provano delle bottiglie con la purezza di un bambino, con quel candore e quella ingenuità o meglio con quella ignoranza che ti mette in una posizione di oggettiva neutralità di fronte ad un sorso non studiato, non conosciuto, inaspettato!

Il salto è breve tra il BRRRRRRRRunello di Antinori di cui ho parlato qualche giorno fa con relativo post e questo assaggio, ma la piacevolezza riscontrata tra i due vini si differenzia anni luce a vantaggio dell’ultimo.

Smanettando sul web scopro che le vigne o meglio l’intera proprietà dell’Azienda Agricola Le Chiuse erano della famiglia Biondi Santi tramandate di generazione in generazione da oltre 100 anni anche se curate fino al 1990 da Franco (proprietario de Il Greppo) e oggi gestite in prima persona da una degna discendente Simonetta Valiani (nipote di Tancredi Biondi Santi) con marito e figlio.

Annata giovane e prodotto del bicchiere assolutamente rispondente all’età scritta in etichetta: rubino vivo, lucente, luminoso, con ottime trasparenze, il naso è ritroso, restio ad esprimersi, molto verticale più che complesso, si schiude dolcemente su accenni di classica viola mammola, corniole macerate, marasca, muschio, per aprirsi col passare del tempo su accenni balsamici e di pepe nero.

Scalciante come un puletro allo stato brado tra le colline toscane, tannino graffiante, bellissima freschezza, accenni salati e una gradevole sensazione calorica che carezza il palato, non ci sono concessioni a morbidezze stravaganti o concentrazioni gustative sgraziate e un sorso sincero, puritano e purista da Brunello old-stile, conserva in bocca tutto quello che ha dato lentamente al naso in una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva e con  una sorta di post scriptum: ‘aspettami ancora qualche anno per vedermi purosangue a rincorrere il vento!‘   

 

 

 

Cla.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il triangolo delle occasioni

 

La Toscana conosciuta

 

Antinori, Ornellaia e Poliziano, un tris d’assi niente male da far impallidire qualsiasi incallito giocatore di Poker o meglio qualsiasi bravo degustatore di vino in doppio petto, ma qui casca l’asino, rappresentano degnamente le tre latitudini della Toscana: Montepulciano, Montalcino e Bolgheri?

Entrando nel merito solo delle bottiglie degustate e relativamente al mio personale gusto posso affemare che sono tre boccie di degna fattura che non comprerei per conservare in cantina ma che regalarei senza patemi d’animo a un caro amico e non per fargli un dispetto o che potrei bere in compagnia di chi vede ancora la Toscana come l’Eldorado del vino italiano.

Andando subito al sodo che cosa mi ha soddisfatto e cosa non mi è piaciuto di questi tre assaggi: sono tre vini che si fanno bere senza sussulti, con la premessa che Le Volte di Ornellaia e il Nobile di Montepulciano di Poliziano sono i due vini base aziendali mentre il Brunello di Antinori è un cru, inoltre le annate provate sono differenti tra loro anche sensibilmente.

Fatta questa doverosa e oggettiva premessa devo ammettere che il Nobile di Montepulciano 2007 è risultato molto scorrevole e godereccio nel suo taglio di Prugnolo Gentile (Sangiovese) con saldo di Canaiolo, Colorino e Merlot, assolutamente di quotidiano consumo (frutta, fiori e vegetale in un sorso appagante) e non forzatamente opulento come il cru Asinone che rappresenta un must per la tipologia anche se molto slegato dalla tradizione e più godereccio, direi da grande pubblico delle guide di settore.

Le Volte di Ornellaia 2001 blasonata azienda per l’omonimo vino (mix di Cabernet Sauvignon, Franc, Mertot e Petit Verdot) in Bolgheri, è una gradevole boccia se valutata oggettivamente senza snobbismo da Supertuscan, prima di tutto economica (poco sopra i 10 euro), equilibrata, dopo 10 anni dalla vendemmi in perfetta forma, profumata di terra, erba, piccoli frutti, spezie secche e molto succosa al palato, fresca, con accennate sapidità e con un tannino elegante senza forzature.

Forse la maggiore delusione è stato proprio il Brunello di Antinori 1999, che con 12 anni sulle spalle conserva tonalità rubino impenetrabile con vaghe smagliature granate, il naso è compatto e granitico si apre lentamente su note di cagliata, poi esprime quella poco elegante muscolosità del Sangiovese concentrato out-side, profuma di confettura di prugna, è più animale che balsamico, è netta la vaniglia, il cioccolato al latte, in bocca ha tannino fittissimo, decisa sapidità e adeguata freschezza, per finire quella avvolgente alcolicità che completa un quadro d’insieme bello ricco ma francamente stancante dopo poco, perchè non invita al riassaggio.

Vini che non fanno una piega ma che in qualsiasi cena a tema ‘Tuscany‘ farebbero la loro ‘porca figura’ ma che consiglio a chi in cantina vuole andare sul sicuro piuttosto che rischiare di giocare con territori e realtà produttive meno alla luce della ribalta!

 

Cla.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento